letteratura rosa
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SCRITTRICI DIMENTICATE
EDUCATRICI, NARRATRICI E POETESSE

AGANOOR POMPILJ, VITTORIA (1855 - 1910)

La famiglia Aganoor è di nobili origini armene, passata in Persia nel XVII secolo. Nel 1813 il conte Abramo Aganoor sposa Maria Teresa Moorat, e dall'unione nascono tre figli: Giovanni, Virginia, Edoardo. Sono loro che metteranno radici in in Europa, dapprima a Parigi, e poi a Venezia (ma mantengono la nazionalità inglese). Edoardo sposa nel 1847 la milanese Giuseppa Pacini, istitutrice della sorella Virginia, a lui maggiore di quattro anni. Dall'unione nascono cinque figlie: Angelica, Maria, Elena, Vittoria (26 maggio 1855), Virginia. Edoardo non ha i nervi saldi, e un po' tutte le figlie ereditano in un modo o nell'altro le sue peculiarità, in special modo Maria, che morirà pazza. La famiglia abita una bella palazzina detta "casa degli Armeni" in Prato della Valle, a Padova. Vittoria è nevrotica e meteoropatica, dotata di carattere battagliero e ribelle, ma sarà l'unica a rimanere attaccata alla famiglia. Studia privatamente con l'Abate Giacomo Zanella (1820-1888) a Padova, in seguito a Napoli - dove la famiglia si trasferisce dal 1874 al 1884 - con Enrico Nencioni, redattore del Fanfulla della domenica. Qui frequenta De Gubernatis e Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Onorato Fava, Francesco De Sanctis, ma riceve sempre le visite dell'Abate Zanella. E' in corrispondenza anche con Antonio Fogazzaro, Angiolo Orvieto, Neera, Eugenio Checchi (direttore del Fanfulla della domenica). Collabora a La Nuova Antologia, La gazzetta della domenica, Il corriere del mattino letterario. Nel 1884 esce una sua poesia, "Risveglio", sul Fanfulla della domenica ed ottiene subito la notorietà. Tuttavia la sua prima raccolta di versi, Leggenda eterna, uscirà solo nel 1900, dedicata alla madre, morta l'anno precedente. Le si attribuiscono alcuni amori giovanili (tra i quali anche un fidanzamento) e la frequentazione di personalità dell'ambiente letterario: Cesare Pascarella, Francesco Cimmino, Domenico Gnoli, Enrico Nencioni: la corrispondenza con quest'ultimo è firmata Fadette (Vittoria) e Landry (Nencioni). Ma è il rapporto con il conte Gnoli, alquanto controverso, di cui si parla nell'ambiente letterario. Gnoli è Bibliotecario della Biblioteca Vittorio Emanuele, poi direttore de La Nuova Antologia, poi Rivista d'Italia; si firma Dario Gaddi e inizia il carteggio con Vittoria nel 1898; al suo successivo disinteresse risponde con un nuovo pseudonimo, Giulio Orsini, pubblicando "Fra terra ed astri" dove chiaramente la figura femminile è Vittoria Aganoor: la quale, come tutti, ritiene che l'Orsini sia un giovane poeta nascente. Ma ormai Vittoria è irraggiungibile. Il 28 novembre 1901 infatti sposa a Napoli il marchese Guido Pompilj, deputato di Perugia e sottosegretario agli Esteri. Per i successivi nove anni Vittoria vive a Perugia (la coppia abita in piazza Danti, nel Palazzo Conestabile della Staffa), dove continua il suo percorso letterario, ma non solo: viaggia e tiene conferenze. Nel 1906 esce la poesia "Parabola" su Il Giornale d'Italia, anonima, e diventa un caso letterario: si tratta di una satira e nessuno pensa sia di una donna. Il 7 maggio 1910 una malattia incurabile la porta alla tomba; il marito dal dolore si spara un colpo di rivoltella sul suo cadavere il giorno seguente la sua morte. Le poesie di Vittoria Aganoor verranno ripubblicate in una raccolta completa da Le Monnier nel 1912.

TITOLI

Dal vero (su Roma Letteraria, 1895)
La Madonna (idem)


Marchese Guido Pompilj
(1854-1910)
Conte Domenico Gnoli
poeta e scrittore,
usa vari pseudonimi tra i quali
il più noto è "Giulio Orsini"
Vittoria Aganoor

ALERAMO, SIBILLA (1876 - 1960)

La sua opera è strettamente legata alla biografia personale, dove traspare il bisogno dell'affermazione di sé, la volontà di confessione, il tormento, e soprattutto la denuncia di una società dove la donna è considerata e trattata come "cosa". Il suo romanzo più famoso, Una donna, di forte ispirazione autobiografica, è oggi considerato l'unico suo testo valido. Sibilla Aleramo godette fino a tutti gli Anni Trenta di una vastissima popolarità, anche per i suoi indefessi contatti con il pubblico (conferenze, articoli, interviste, e carteggi con chiunque godesse di una qualche notorietà. Oggi sarebbe definita una 'presenzialista'). In Il frustino (1932), decisamente autobiografico, insegue l'immagine della superdonna, nello sforzo di trasfigurare l'esperienza erotica in qualcosa di sublime. Lascia un episolario ricchissimo, di cui è assai noto il carteggio con Dino Campana.

TITOLI

Poesia:
Momenti (1921), Poesie (1929), Sì alla terra (1934), Selva d'amore (1947), Aiutatemi a dire (1951) Luci della mia sera (1956).
Narrativa:
Una donna (1906), Il passaggio (1919), Andando e stando (1921), Trasfigurazione (1922), Amo dunque sono (1927), Gioie d'occasione (1930), Il frustino (1932), Orsa minore (1938), Dal mio diario (1945).

BIOGRAFIA


Sin: Sibilla Aleramo in una foto di posa scattata da Anton Giulio Bragaglia;
ds: in una foto del 1920

BONACCI BRUNAMONTI, ALINDA (1842 - 1903)

Alinda Bonacci nasce a Perugia nel 1842 da Gratiliano, recanatese, autore di un testo di estetica a suo tempo apprezzato, professore di letteratura al Collegio della Sapienza. Istruita con cura, la piccola Alinda a nove anni sapeva a memoria la Divina Commedia, e a undici traduceva Virgilio. A quattordici anni pubblica una raccolta di versi ad imitazione dei poeti trecenteschi. Studia i classici, Platone, i Padri della Chiesa, la filosofia moderna, ed apprende il greco studiando per conto proprio. A diciott'anni scrive poesie patriottiche (Canti Nazionali), una serie che visita un vasto arco di tempo e si si conclude con la morte di Vittorio Emanuele II. Lo zio Filippo Bonacci (1820-1872) dall'ottima carriera giudiziaria (eletto deputato nel collegio di Recanati, dal 1870 fa parte del Senato e conclude la carriera come Presidente di Sezione alla Corte di Cassazione) le presenta un collega, l'avvocato Pietro Brunamonti, professore di diritto all'Università di Perugia, che lei sposa: in occasione delle nozze scrive una terza raccolta di versi. Nel 1875 Le Monnier pubblica la raccolta completa dei suoi Canti, nel 1887 Nuovi Canti e nel 1898 Flora. E' nota come fine dicitrice, apprezzata da un intenditore come Andrea Maffei, e viene invitata a tenere conferenze e letture nei circoli letterari e nei teatri. In occasione dell'Esposizione Beatrice di Firenze, nel 1890, ha un posto di primo piano. Muore il 3 febbraio 1903.


Alinda Bonacci Brunamonti

BONO CAVALLINI, ERNESTA (1808 - 1867)


BIOGRAFIA


 
COSTANZI MASI, EUGENIA (1877 - n.d.)

Eugenia Masi nasce ad Ancona il 23 novembre 1877 da padre marchigiano e madre di origine polacca. Compie gli studi liceali e universitari a Firenze; collabora al Giornale dei Fanciulli diretto all'epoca da Achille Tedeschi a soli 13 anni con lo pseudonimo di ZEA MAIS. Sposa Alberto Costanzi dopo il 1902. Pubblica Le novelle di Valerio (dal nome del figlio) in un'edizione di lusso illustrata da Eduardo Ximenes.

TITOLI

Giacomo Costantino Beltrami e le sue esplorazioni in America (1902), Io credo che tu esageri (Cappelli e Salani, 1928), Velocità ridotta (1940).

Traduce per Salani 5 romanzi di Berta Ruck
:
Il ponte di baci / Signore e Signora? / Se ti sposerai... / La fidanzata ufficiale / Le lettere d'amore di Rosamund Fayre (titoli derivati dal titolo originale: Salani li pubblicherà diversamente)

Eugenia Costanzi Masi


Eugenia Costanzi Masi, Velocità ridotta,
I romanzi della rosa Salani. Ill. di Fiorenzo Faorzi

DELEDDA, GRAZIA (1875 - 1936)

Nasce a Nuoro il 27 settembre 1875 da famiglia agiata ma compie studi irregolari in casa; eredita da uno zio prete un'intera biblioteca e si appassiona alla lettura e, di conseguenza, alla scrittura. Gli autori che la influenzano dapprima sono Dumas, Ohnet, Bourget. Pubblica giovanissima alcuni racconti su La stella di Sardegna, e tra il 1888 e il 1889 le prime novelle di argomento sardo su un giornale di mode, Ultima moda, e successivamente a Milano. L'apprezzamento dei critici la fa notare nei circoli letterari e si interessano di lei il De Gubernatis e Luigi Capuana. Nel 1895 il Bonghi scrive la prefazione di Anime oneste. Conosce a Cagliari il romano Palmiro Modesani e lo sposa, seguendolo a Roma nel 1900. Continue letture le insegnano a sfrondare le descrizioni sovrabbondanti e le troppe figure secondarie, e i romanzi assumono uno stile essenziale, scevro di commozioni personali; la sua umanità piuttosto tocca l'universale. Conduce vita ritirata, tra famiglia e lavoro, e nel 1927 questo viene premiato con il Nobel Prize. Muore nel 1936, appena terminata l'ultima opera, Cosima.
L'opera di Grazia Deledda risente grandemente del percorso intellettuale personale dell'autrice, e ne risulta un impasto di moduli ottocenteschi con lo spirito del Novecento; si richiama al verismo ma anche al naturalismo francese, e per certe problematiche conflittuali con il senso religioso, per il senso di colpa che grava sui personaggi, per il lirismo descrittivo, si avvicina al decadentismo, di cui vate indiscusso è D'Annunzio, tanto che al grande maestro viene accostata da alcuni critici. Sarà il Sapegno a ricollocarla a posteriori nella sua vera cornice del verismo, riconoscendole un lirismo ingenuo e non decadentistico, che si rappresenta nelle figure morali e nela moralità superstiziosa della Sardegna più arcaica.

TITOLI

Sangue sardo (1888), Remigia Helder (1888), Memorie di Fernanda (1888), La pesca miracolosa (1889), Il castello di San Loor (1889), Nell'azzurro (1890), Stella d'Oriente (1890), Amore regale (1891), Fior di Sardegna (1892), Anime oneste (1895), La via del male (1896), Il tesoro (1897), L'ospite (1897), La giustizia (1899), Le tentazioni (1899), Il vechhio della montagna (1900), La regina delle tenebre (1902), Dopo il divorzio (1902), Elias Portolu (1903), Cenere (1904), Nostalgie (1905), I giuochi della vita (1905), L'ombra del passato (1907), L'edera (1908), Il nonno (1908), Il nuovo padrone (1910), Sino al confine (1910), Nel deserto (1911), Colombi e sparvieri (1912), Chiaroscuro (1912), Canne al vento (1913), Le colpe altrui (1914), Il fanciullo sconosciuto (1915), Marianna Sirca (1915), L'incendio nell'oliveto (1918), La madre (1920), Il segreto dell'uomo solitario (1921), Il Dio dei viventi (1922), Il flauto nel bosco (1923), La danza della collana (1924), La fuga in Egitto (1925), Il sigillo d'amore (1926), Annalena Bilsini (1927), Il vecchio e i fanciulli (1928), La casa del poeta (1930), Il paese del vento (1931), La vigna sul mare (1932), Sole d'estate (1933), La chiesa della solitudine (1936), Cosima (1937).


Grazia Deledda con i figli Sardus e Francesco


Grazia Deledda con la nipotina Mirella

DIAS, WILLY (1872-1956)

Fortunata Morpurgo nasce a Trieste da Menasse e Orsola Radovich. Ottiene il diploma magistrale, e inizia la carriera con qualche articolo sulla stampa locale; in seguito è giornalista per riviste femminili ma il suo nome è legato alla letteratura per signorine di stampo sentimentale, per la quale si firma con lo pseudonimo di Willy Dias. Sposa G. Petronio dal quale ha la figlia Maria Beata.

TITOLI

Il romanzo di un cuore (1923) Gli occhi aperti (1927), Il pesco selvatico (1927), Ala (1928), La cattiva moglie (1929), Le vie dell'amore (1929), L'anima svelata (1930), La forza nascosta (1930), La legge della vita (1930), Maria Lamberti (1930), L'amore di Mascha Labedeff (1931), La villa della solitudine (1931), L'amica innamorata (1932), L'errore di Alberta (1932), La rivale (1932), La piccola ragazza (1933), L'amore più grande (1934), Il pesco selvatico (1934), La duplice fiamma (1935), Ansia di giovinezza (1937), Le anime nuove (1938), Il principe grazioso (1939), Il sentiero fra le pietre (1940), Donne nel mondo (1941), La forza nascosta (1941), Gioia ritrovata (1941).


Willy Dias

Willy Dias
Il pesco selvatico
Cappelli,
1938
Willy Dias
Gioia ritrovata
Cappelli,
1944

FUA' FUSINATO, ERMINIA (1834 - 1876)

Erminia Fuà nasce a Rovigo il 5 ottobre 1834 da Marco, medico, e Geltrude Bianchi. Trasferita la famiglia a Padova, viene educata in casa da uno zio seguace del Pestalozzi. Per anni si prende cura della madre ammalata e dei fratellini minori, una sorellina muore giovinetta di tubercolosi. Per consolarsi scrive versi. Una sera ne recita alcuni durante un intrattenimento in casa al quale pende parte Arnado Fusinato, all'epoca all'apice del successo come poeta e celebre esponente della lotta per l'indipendenza. Lei se ne immanora all'istante, ma i genitori sono assai contrari: lui è vedovo, cattolico, e con fama di scapestrato. Nel 1856 Erminia lascia la famiglia e si converte al cattolicesimo per sposare Arnaldo Fusinato nella chiesa di S. Salvador il 6 agosto dello stesso anno. La coppia abita a Castelfranco insieme con la madre della prima moglie di lui che l'accoglie come una figlia. Nel 1857 nasce il primo figlio Gino, poi Guido (1860) e infine una femmina, Teresita (1863). Il marito la dirige nella compagnia teatrale della Società di Filodrammatica; Erminia è cresciuta in un ambiente liberale, e prende parte ai movimenti di liberazione; naturalmente è la prima a sostenere il marito. Tiene i contatti con i comitati segreti antiaustriaci e il comitato centrale, e il suo ruolo è importante perché il marito è sorvegliato. Dopo Villafranca, con il cognato in galera e il marito fuggiasco, tiene il posto di capofamiglia ma in seguito devono emigrare a Firenze, dove vengono in contatto con letterati e politici come il Tommaseo, Gino Capponi, Atto Vannucci, Benedetto Cairoli. Per la liberazione di Venezia e di quella di Roma compone varie odi, e per Trento (1875) pubblica un intero volume di versi. Per qualche tempo ricopre la cattedra di lettere negli istituti normali governativi a Roma, poi, per incarico ricevuto dalle stesse Autorità, fonda e dirige la Scuola Superiore Femminile, che mirava a rialzare il livello culturale delle donne del popolo, e che portò il suo nome. Dopo la morte prematura di Ippolito Nievo, rivede il manoscritto di Memorie di un ottuagenario e lo fa pubblicare. Dal 16 ottobre 1871 tiene un diario fino alla morte, avvenuta per tubercolosi a Roma il 30 settembre 1876, e questi ricordi vengono poi pubblicati parte nella "Commemorazione" in occasione della morte, parte in seguito (P.G. Molmenti, Erminia Fuà Fusinato ei suoi ricordi, Treves, 1877).

Arnaldo Fusinato nasce nel dicembre 1817 a Schio (Vicenza) in una famiglia oriunda bellunese; il padre è avvocato e per far studiarei il figlio è costretto a metterlo nel collegio Cordellina di Vicenza a soli sette anni; in seguito frequenta il liceo al Collegio de' Nobili annesso al Seminario Vescovile di Padova, e qui si laurea in giurisprudenza. Arnaldo già in giovane età compone versi che pubblica sul giornale letterario Caffé Pedrocchi, dove scrivono anche Andrea Cittadella Vigodarzare, Aleardo Aleardi, Giovanni Prati; ma pubblica anche in volume, riuscendo chissà come a ricavarne perfino dei guadagni. Era un'epoca in cui si acquistavano i prodotti letterari, soprattutto se legati ai moti indipendentisti: Tommaso Grossi con il poema I Lombardi alla Prima Crociata guadagnò 35mila svanziche, e pure Fusinato con una sola edizione delle sue poesie guadagnò quasi altrettanto.
Con i proventi del poemetto giocoso "Lo studente di Padova" nel 1847 poté assistere a Venezia al congresso degli scienziati; nel 1853-54 pubblica addirittura le sue poesie in un'edizione di lusso. E' un fervente patriota e compone anche testi per l'indipendenza, oltre a mettere in versi (odi, poesie, ballate) gli argomenti attuali, come ad es. la caduta di Venezia nel 1849; è in corrispondenza con Carlo Tenca e altri intellettuali coinvolti nei moti risorgimentali. Nel 1849 sposa la contessa Anna Colonna di Castelfranco, che muore due anni dopo per la peste. Dopo la caduta di Venezia scrive satire contro il governo austriaco con gli pseudonimi di Fra Fusina o Don Fuso, ma non tralascia le poesie e le ballate. Queste incantano il pubblico e anche la giovane Erminia Fuà, già poetessa, con la quale convola a nozze nel 1856. Insieme con il fratello Clemente prende parte alle battaglie del 1859 (quest'ultimo ferito a Montebello proprio mente D'Azeglio veniva ferito a sua volta presso Casa Guiccioli), si arruola nei Cacciatori delle Alpi sotto Pietro Calvi di Noale (giustiziato dagli Austriaci) e finalmente con la liberazione del Veneto prende parte alla cosa pubblica; conferisce con Garibaldi e, a quel tempo, è un personaggio pubblico di rilievo. Muore il 28 dicembre 1889 a Verona; le esequie sono a spese della città e la salma viene in seguito trasportata a Roma, accanto alla moglie, al cimitero del Verano.

TITOLI DI ERMINIA FUA' FUSINATO

Versi (1874)
Scritti educativi (1873)
Scritti letterari (1882, postumo)
Ricordi e lettere ai figli (1887, postumo)







Erminia Fuà e il marito Arnaldo Fusinato

Sin: Arnaldo Fusinato nel 1848, dx: il poeta Giovanni Prati




GREY, JANE (1873 - 1923)

Pseudonimo della marchesa Clelia Pellicano. Clelia Romano nasce a Napoli nel 1873 da padre pugliese, Presidente della Corte d'Appello e deputato nel collegio di Lucera, e da madre americana, nata a New York da una Plowden inglese e da padre italiano, il generale Giuseppe Avezzana, che fu accanto a Garibaldi in tutte le guerre di Indipendenza e Ministro della guerra durante la Repubblica del '49. Studia con interesse ma non ottiene il diploma perchè a soli 16 anni sposa il marchese Francesco Pellicano, calabrese, figlio di una duchessa Riario Sforza, ufficiale di cavalleria e in seguito deputato al parlamento. Lasciati i fasti napoletani e il palazzo nel rione Sirignano, la coppia si ritira a vivere in Calabria, dove controlla una vastissima proprietà. Abitano un castello a Gioiosa Jonica e un palazzo su un'altura con vista mare, e nel piccolo borgo marino la marchesa fa riattare una grande casa colonica, dove vive placidamente con i figli, cresciuti sani per l'aria purissima del mare e della campagna. Come molte altre nobildonne della sua epoca, occupa il tempo mettendosi a scrivere, ed inizia con alcune novelle, Coppie, seguite da altre che descrivono l'ambiente agreste che ha sotto gli occhi, titolate appunto Novelle calabresi, e un romanzo, Verso il destino. La scuola è quella verista di Flubert, Zola e Maupassant, all'epoca molto letti, lo stile è piano, senza eccessi, dove si intuisce la cultura di fondo. Sceglie come pseudonimo il nome di Jane Grey, regina d'Inghilterra per soli nove giorni, la cui triste vicenda la commuove; soprattutto la commuove lo "speech, mirabile di pensiero e di sentimento" pronunciato sul patibolo, e le pare "una delle figure più soavi di innocenti" che abbiano insanguinato la storia d'Inghilterra; Clelia è anche affascinata dalla figura di Lady Jane, bionda ed angelica, così come la vedeva rappresentata in una ponderosa storia d'Inghilterra che le facevano studiare. Nel 1909 si reca in missione a Londra come delegata per l'Italia al Congresso Internazionale per il voto alle donne, e ne relaziona in una conferenza. Scrive ad Antonio Fogazzaro chiedendogli un parere sui primi scritti, il quale la apprezza e la incoraggia, ma la marchesa in realtà non ha tempo per dedicarsi seriamente alle belle lettere; occasionalmente pubblica anche dei reportages su alcune riviste come La Donna e La Nuova Antologia. La famiglia, comprendente sette figli, cambia spesso di residenza, avendone tante, tra le quali Roma e Castellamare di Stabia (Napoli), dove Clelia Pellicano muore prematuramente il 2 settembre 1923.

TITOLI

Coppie (1900)
Novelle calabresi (1908)
La vita in due (1918)

Clelia Pellicano con la figlia maggiore e i tre piccoli Massimiliano, Furio e Oddo

Sin: Marchesa Clelia Pellicano, alias Jane Grey
Dx: Marchese Francesco Maria Pellicano, deputato al parlamento



Il salotto del "villino Clelia" a Roma, alle falde di Monte Mario, dove troneggia il grande
ritratto a olio della padrona di casa, opera di un noto ritrattista

GUGLIELMINETTI, AMALIA (1885 - 1941)

Nasce a Torino il 4 aprile 1881 da una famiglia dell'alta borghesia di antiche tradizioni, reagisce alla rigida educazione assumendo atteggiamenti di indipendenza e cercando una via per l'affermazione personale. La trova cimentandosi nelle belle lettere; esordisce appena diciottenne con un volume di versi, Voci di giovinezza (1903), che ricalcano quelli del Carducci. Frequenta il circolo di cultura torinese dove vi sono anche Carola Prosperi, Salvator Gotta, Mantovani, De Amicis; nel 1907 conosce Guido Gozzano con il quale non esita ad intrecciare una relazione, che desta enorme scalpore. Ma ancor di più ne fece la relazione con Pitigrilli, da par suo in odore di peccato, che nel 1921 le dedica Cocaina con le parole: "Ad Amalia Guglielminetti, istrice di velluto" e che la influenza non poco. La relazione è tormentata e finisce in recriminazioni, tanto che Amalia viene presa da mania vendicativa, e viene ricoverata in una clinica. Da questa esperienza esce minata nello spirito come nel fisico. Sparita dalla scena letteraria, muore durante la seconda guerra mondiale, cadendo dalle scale di casa sua, il 4 dicembre 1941.
Pubblica poesie dove le figure femminili sono plasmate su quelle dannunziane e insofferenti ai vincoli sociali, obbedienti solo ai propri impulsi; nei romanzi invece questo furore si stempera e si opacizza. Nel 1924 il romanzo Quando avevo un amante ottiene persino un processo per oltraggio al pudore. Scrive ancora racconti per ragazzi, collabora a La stampa e La donna.
Nel 1909 fonda la rivista Seduzioni, quasi un manifesto dell'estetismo decadente. La relazione con Gozzano, sfociata in seguito in affettuosa amicizia, ha dato come risultato un carteggio, pubblicato nel 1951, che la riscatta in qualche modo dai cliché utilizzati nella produzione letteraria. Di questi cliché sa bene la critica contemporanea, che tuttavia la incensa come una delle migliori autrici. All'uscita di Anime allo specchio un'intera pagina su L'Illustrazione Italiana a firma Giacinto Cottini la definisce "giovane e squisita novellatrice [che] considera l'amore come l'ara luminosa e affascinante, donde discendono tutte le roventi scie dell'esistenza" dotata di quella "chiara sicurezza e il fiero sforzo con cui ella sa conseguire l'unità nella molteplicità" (vale a dire che scrive sempre le stesse cose); e ancora: "un'atmosfera rovente circonda tutte le figure ond'è animato [il testo] e che è proprio quest'atmosfera l'anima dell'autrice" arrivando ad affermare che per questo motivo persino Goethe l'avrebbe lodata; e conclude con: "A. G. ha preso il suo posto nella letteratura nazionale, ed è un posto fra i primi, fra i più invidiabili". Peccato che non fosse vero; tant'è che costretta a sbarcare il lunario finirà per fare pubblicità (in questo, antesignana di ciò che sarà invece la moda corrente a fine secolo per vip e vippini).

TITOLI

Poesia:
Voci di giovinezza (1903), Le vergini folli (1907), Le seduzioni (1909), Emma (poesie dedicate alla sorella morta, 1909), L'insonne (1913), I serpenti di Medusa (1934).
Per il teatro:
L'amante ignoto (1911), Nei e cicisbei (atto unico in versi e prosa, 1917), Il baro dell'amore (tre atti, 1920), L'idoletto prezioso (1924), Gingilli di lusso (1927), Una donna eccezionale (1930).
Narrativa:
I volti dell'amore (1913), Anime allo specchio (novelle, 1916), Gli occhi cerchiati d'azzurro (1918), Le ore inutili (1919), La porta della gioia (1921), La rivincita del maschio (1923), Quando avevo un amante (1924), La carriera dei pupazzi (1925), Il pigiama del moralista (1927), Tipi bizzarri (1931).

Per ragazzi:
La reginetta Chiomadoro (1921)


Amalia Guglielminetti nel 1906


Pitigrilli, Amalia Guglielminetti, Modernissima, 1919
cover: caricatura di R. Ventura
Pitigrilli, Cocaina,
Sonzogno, 1921
cover di Sto

Amalia Guglielminetti nella pubblicità del Proton
su Illustrazione Italiana, 1926



Amalia Guglielminetti



Amalia Guglielminetti nel celebre ritratto di M. Reviglione


JOLANDA (1864 - 1917)

Maria Majocchi nasca a Cento (Bologna)
il 23 aprile 1864 da Antonio (1831-1907) e Lavinia Agnoletti (1839-1911), donna di cultura, amante della musica, e che tiene un salotto. La famiglia è antica, colta e prestigiosa, e tuttavia non si trova più in floride condizioni economiche. Il padre Antonio, moderato liberale, laureato in legge all'Università di Bologna, è consigliere comunale e per un certo periodo Sindaco di Cento. Il nonno fu compagno di lavoro di Giacomo Leopardi. Tre sono le figlie: Maria, Clementina Laura (1866-1945) detta Tina (in arte Bruna) e Gabriella (1867-1941). Vengono istruite in casa, come usa all'epoca (anche perchè v'era una fornitissima biblioteca avita, ricca di incunaboli), ma in maniera sistematica e con un ottimo indirizzo artistico e musicale. Le viene dato un precettore di italiano tre volte la settimana e una maestra di lavoro. All'uscita dei primi numeri di Cordelia del De Gubernatis (di cui Maria diverrà reponsabile nel 1911 dopo Ida Baccini), il padre stesso la spinge a scrivere al giornale, tanto che un suo raccontino firmato "Margheritina" esce sul numero 15 (12/2/1882) per la rubrica "palestra delle giovinette". Chiamata a collaborare al periodico, si firma Jolanda, in onore di Giuseppe Giacosa. Sposa l'8 dicembre 1884 il marchese Ferdinando Plattis, e la coppia va a vivere nel castello della pianura bolognese, antica fortezza costruita ai primi del Cinquecento da Giovanni II Bentivoglio, nella tenuta detta "la Giovannina". Il marchese tuttavia muore prematuramente il 5 maggio 1893 dopo breve malattia (come del resto il fratello). Sola con il figlio Giovanni Battista (Gino), Maria torna alla casa paterna, e trovandosi in una certa necessità finanziaria, trasforma ciò che era stata solo un'inclinazione in ragione di vita; il suo lavoro è sinceramente pervaso della passione dell'educatrice, soprattutto quando, direttrice di Cordelia, si rivolge alle giovanette; tuttavia è l'unica, nel panorama delle Autrici di questa pagina, che non scrive anche libri per bambini ma solo romanzi per adulti (adulte). Salvo brevi periodi nella tenuta della Giovannina, trascorre tutta la vita a Cento, dove muore l'8 agosto 1917.

TITOLI

Iride (1893),
Il libro dei miraggi (1894), Dal mio verziere (saggi, 1896), Nel paese delle Chimere (1897), Le Tre Marie (1898), La rivincita (1899), Sotto il paralume color di rosa (1900), Alle soglie d'eternità (1902), Le indimenticabili (1905), Dopo il sogno (1906), Lettere a Lydia (1908), Le ultime vestali (1908), Il crisantemo rosa (1908), Accanto all'amore (1909), Prato fiorito (1911), La perla (1916). Inoltre: Amore silenzioso (novelle, 1908), poemetti e fantasie (1918), Eva Regina (famosissimo manuale per signore, 1907).


La casa natale di Jolanda a Cento.
Sul portale è inserita una targa commemorativa, di cui riportiamo a lato
il testo. CLICK TO ENLARGE

CORDELIA


Marchesa Maria Majocchi Plattis

alias Jolanda
Jolanda
Alle soglie dell'eternità
Sandron, 1902
front



Sin: Maria Majocchi Plattis con le sorelle Tina e Gabriella
Ds: Jolanda con il figlio Gino

LIALA (1897 - 1995)

Amalia Liana Negretti Odescalchi nasce a Carate Lario sul lago di Como il 4 marzo 1897; sposa giovanissima Pompeo Cambiasi, a lei maggiore di parecchi anni, dal quale avrà due figlie, Primavera e Serenella. Il matrimonio non è felice e Liana si innamora di un ufficiale pilota, il marchese Vittorio Centurione Scotto (1900-1926), che però muore tragicamente inabissandosi nel lago di Varese con proprio idrovolante (era nella squadra di Italo Balbo). Da questa tragedia scaturiranno i melodrammi della scrittrice, che vedrà nella figura dell'aviatore (un cliché dei suoi eroi) il suo amore perduto. E' D'Annunzio a suggerirle di cambiare il nome in Liala, "perchè ci sia sempre un'ala nel tuo nome". Non ci voleva altro per lanciarla. Il primo romanzo esce nel 1931, Signorsì, ed ha un immediato enorme successo. Stabilitasi a Venegano, vicino a Varese, trascorre l'esistenza scrivendo più di un centinaio di romanzi. Muore il 15 aprile 1995. Nel 2007 la figlia Primavera ha curato l'edizione dell'ultimo romanzo di Liala, rimasto incompiuto nel 1972 a causa dell'improvvisa cecità della scrittrice, uscito con il titolo Con Beryl, perdutamente. I titoli di Liala sono continuamente ristampati e godono di altissime tirature.

TITOLI

L'ora placida (1933)
L'arco nel cielo (1934)
Fiaccanuvole (1935)
Peregrino del ciel... (1937)

Brigata di ali (1937)
Sotto le stelle (1940)
Il tempo dell'aurora (1941)
Farandola di cuori (1938)

Donna Delizia (1940)
....




Liala
(Amalia Negretti Odescalchi)


LUANTO, REGINA DI (1862 - 1914)

Anna Guendalina Lipperini nasce a Bologna nel 1862; passa dei periodi a Firenze e a Milano. Sposa il conte fiorentino Alberto Roti e dal nome Guendalina Roti trae l'anagramma Regina di Luanto. Nella vita si fa chiamare semplicemente Anna Roti. Si separa presto poichè il suo atteggiamento libero contrasta con la tradizione della famiglia. Collabora a riviste letterarie, compresa La Donna di Torino, sulla quale scrivevano un po' tutte queste autrici di feuilleton nei primi anni del secolo. Esordisce nel 1890 con Acque forti, e suscita l'attenzione della critica (Cecchi) e in seguito pubblica nella "Biblioteca Romantica Italiana" della casa editrice Roux di Torino; nelle numerose opere analizza il conflitto tra desiderio e ordine sociale, descrivendo quell'ambiente dell'alta società da lei frequentato tra Firenze e Roma con occhio sensibile e anticonformista. Muore a Milano nel 1914.

TITOLI

Acque forti (1890)
Salamandra (1892)
Ombra e luce (1893)
La scuola di Linda (1894)
Un martirio (1894)
Libera! (1895)
Tocchi di penna (1898)
Gli agonizzanti (1900)
La servetta (1901)
Il nuovissimo amore (1903)
Per il lusso (1912)
Le virtuose (1912)




Contessa Anna Roti
alias Regina di Luanto

Regina di Luanto nel suo salotto orientale, arredato con i ricordi
raccolti in numerosi soggiorni in Algeria e in Egitto

MARCHESA COLOMBI (1846-1920)

Maria Antonietta Torriani, prolifica autrice di racconti e romanzi di genere sentimentale e verista. Pubblicista, inizia con la collaborazione ai giornali. Nel 1875 diventa moglie del giornalista Eugenio Torelli-Viollier (1842-1900) il quale, biondo e prestante, è tuttavia malato di cuore, infatti muore prematuramente a 58 anni il 26 aprile 1900 a Milano. Monarchico, liberale moderato, è un letterato e un artista. Dal 1870 al 1874 collabora al Corriere di Milano, e con Edoardo Sonzogno al Secolo; collabora anche all'Illustrazione Italiana, proprio al primo numero uscito il 14 dicembre 1873. Nel 1876 dà vita al quotidiano più famoso d'Italia, il Corriere della Sera. Lascia per testamento 200mila lire per la costruzione di un sanatorio per tubercolotici di cui si era raccolta solo la metà della somma necessaria.

TITOLI

Giulia Modena (1871)
La gente per bene (1877)
In risaia (1877)
Prima morire (1881)
La vita in famiglia (1881)
Nell'azzurro (1881)
Senz'amore (1883)
I bambini per bene a casa e scuola (1884)
Racconti pei bambini (1884)
Un matrimonio in provincia (1885)
Un triste Natale (1885)
I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso (1888)
Cara speranza (1888)



Marchesa Colombi
e
Eugenio Torelli-Viollier


MORANDI, FELICITA (1827-1906)

Nasce il 21 aprile 1827 a Varese da Felice e Maddalena Rossi; è una buona e agiata famiglia. Vivacissima, mal sopporta il collegio e la dura disciplina che all'epoca si usava, tanto che una vecchia zia le rimprovera di avere in corpo qualche 'maligno folletto'. Le faccende domestiche alle quali la si obbliga non riescono a spegnere il suo anelito alla poesia: legge, anzi divora, Il Crepuscolo sul quale scrivevano Carlo Tenca e Carlo Cattaneo, infiammandola di amor patrio. Ha il coraggio di inviare i suoi primi scritti al poeta Arnaldo Fusinato, e sia questi sia Ippolito Nievo la incoraggiano. Donna letterata era sinonimo di esaltata, così la giovane Felicita pubblica i suoi versi con l'editore Ubicini di Genova con lo pseudonimo di "una lombarda", e sono versi pieni di amor patrio.
La morte del padre amatissimo, sopravvenuta nel 1852 dopo una malattia che lo porta alla cecità, ed altre vicende disgraziate di famiglia, la costringono a lasciare la casa per lavorare. Dapprima è istitutrice presso una famiglia di Parma, poi diventa direttrice della scuola tecnica femminile, sempre a Parma, poi direttrice del Collegio Civico a Piacenza, e infine direttrice dell'Orfanatrofio della Stella a Milano. Qui esercita la maternità ideale, correggendo ma soprattutto amando. Incontra Erminia Prugg, che condivide con lei quarant'anni di vita, e Rosa Grassi, alla quale viene affidata la gestione della Pensione Benefica per Giovani Lavoratrici,
fondata da Felicita Morandi. Dopo il 1870 viene chiamata dal Municipio di Roma a riordinare il grande orfanatrofio di Termini, cosa per nulla facile: è costretta a chiamare la protezione dell'esercito per espellere dall'ospizio gli elementi che lo destabilizzavano, e divide con i cinque bersaglieri in servizio il frugalissimo pasto della prima sera in quel luogo tristo, che nel tempo ella riesce tuttavia a rimettere in sesto e a far funzionare egregiamente. Dopo è la volta di un altro ospizio, quello di San Michele, e infine la sua opera viene riconosciuta, e riceve anche delle medaglie, tra le quali una d'oro, apposta coniata per lei dal Municipio di Roma. Un'altra medaglia le viene consegnata da Ruggero Bonghi Ministro della Pubblica Istruzione. Tornata a Milano, al suo vecchio orfanatrofio, accetta la carica di Ispettrice Governativa degli Educatori Femminili dell'Alta Italia. Ritiratasi come Ispettrice onoraria a vita privata, muore a Milano l'11 gennaio 1906. Il discorso di commemorazione venne pronunciato da Fulvia, che le fu amica devota, nella sala dell'orfanatrofio femminile e ripetuto alla Pensione Benefica. La prolusione di Fulvia fu anche stampata dall'editore Cogliati.
Felicita Morandi pubblica testi per le scuole, libri di lettura, farse, moltissime commedie, anche per giovanette, antologie di autori commentate per le scuole, racconti, traduzioni.

TITOLI

Ghirlanda di fiori per l'infanzia e l'adolescenza: versi di una lombarda (Ubicini, 1857)
Componimenti poetici (Ubicini, 1859)
Nuovi versi (Tipografia Governativa, 1862)
Sei commedie per case di educazione femminile (Agnelli, 1864)
Nuova ghirlanda di fiori per l'infanzia e l'adolescenza (Carrara, 1866)
Racconti educativi (Giocondo Messaggi, 1869)
I proverbi della zia Felicita (Le prime letture, 1872)
I due opposti: racconto popolare (Carrara, 1875)
La bambina italiana: primo libro di lettura (Agnelli, 1876)
Ida e Clotilde: racconto (Treves, 1878)
I due orfanelli (Carrara, 1883)
In famiglia: lettere della vecchia zia per le educatrici, per le spose e per le madri (Trevisini, 1885)
La storia d'Alfredo; Sulla strada (racconti, Carrara, 1886)
Le avventure di Pinotto e storia di Luisello (Carrara, 1888)
La contessa di Genlis (Libreria editrice Galli di C. Chiesa e F. Guindani, 1894)
Il focolare domestico (Sonzogno, 1897)
Ricordi postumi (a cura di Rachele Fulvia Saporiti, Tip. L. Di G. Pirola di E. Rubini, 1906)

Felicita Morandi


Felicita Morandi,
Il focolare domestico
,
Sonzogno, 1923.
cover e ill. interna di Carlo Linzaghi
(courtesy Donatella L.)



Felicita Morandi,
Le avventure di Pinotto e Storia di Luisello
,
Carrara, 1888


NEGRI, ADA (1870 - 1945)

Nasce a Lodi il 3 febbraio 1870 da Giuseppe e Vittoria Cornalba, nel palazzo Barni-Cingia dove la nonna fa la custode ed è stata cameriera della cantante Giuditta Grisi sposata al conte Barni. Orfana di padre, la madre compie sforzi immensi per poterla mandare a scuola. E' maestra nelle scuole medie di Motta Visconti ma scrive anche su giornali e riviste. Esordisce con un volume di poesie, Fatalità (1892), che hanno un grande successo, tanto che le viene attribuito dal Ministro dell'Istruzione pubblica il titolo di docente ad honorem in un istituto superiore di Milano. Qui si lega di amicizia con Ettore Patrizi con il quale si fidanza nel 1893, ma lui parte per l'America e tra i due vi sarà solo una corrispondenza lunga di anni (dal 1893 al 1896, e dal 1914 al 1941). Frequenta l'ambiente socialista e conosce Filippo Turati, Benito Mussolini e Anna Kuliscioff. Nel 1893 vince il "Premio Giannina Milli" per la poesia. La sua poetica si volge ai temi sociali, tanto da farla definire "la poetessa del Quarto Stato" (un po' come la Sperani negli stessi anni e sempre a Milano fa con la narrativa).
Del resto la Negri si interessa al sociale attivamente, battendosi a favore dei poveri (è co-fondatrice dell'Unione Femminile, e pronuncia il discorso inaugurale dell'Asilo Mariuccia nel 1902). Nel 1896 sposa Giovanni Garlanda, dal quale ha due figlie, Bianca e Vittoria, quest'ultima morta in fasce. Il matrimonio non regge più, e la separazione avviene nel 1913, dopo di che la Negri passa un lungo periodo a Zurigo prima di rientrare definitivamente a Milano allo scoppio della guerra. Le sue vicende personali inevitabilmente influenzano le sue opere, soprattutto nella narrativa, ma anche Il libro di Mara (in morte di un amante) è autobiografico; alla sua uscita nel 1919 Gino Rocca la definisce "la più nostra e la più moderna fra le scrittrici d'Italia". Nel 1931 fu insignita del "Premio Mussolini" per la carriera. Muore a Milano l'11 gennaio 1945.

TITOLI

Poesia:
Fatalità (1892), Tempeste (1894), Maternità (1906), Dal profondo (1910), Esilio (1914), Orazioni (1918), Il libro di Mara (1919), I canti dell'isola (1925), Vespertina (1930), Il dono (1936)
Narrativa:
Le solitarie (novelle, 1917), Stella Mattutina (1921),
Finestre alte (1923), Le strade (1926), Sorelle (1929), Di giorno in giorno (1936), Erba sul sagrato (1939).


Ada Negri
PALADINI LUISA AMALIA (1810 - 1872)

Nasce a Milano il 4 febbraio 1810 da Francesco e Caterina Petrocchi, lucchesi. Viene istruita dalla madre e la bimba si appassiona subito ai classici; a 14 anni compone una canzone per nozze. A Lucca fonda un girnale per fanciulli (?) ed è istitutrice e soprintendente agli Asili Infantili. Trasferita a Firenze le viene negato l'insegnamento dal governe lorenese per ragioni politiche, ed è solo nel 1960 che torna a Firenze come direttrice della Scuola Normale Femminile. E' autrice di un Manuale per le Giovinette Italiane, dedicato a Massimina Fantastici Rosellini, scrittrice egregia e madre virtuosa, che riceve il plauso dei contemporanei e le valgono l'amicizia di Gino Capponi, di Raffaello Lambruschini, e il consenso del Tommaseo. Dal 1853 inizia a pubblicare articoli nel periodico La Polimazia di Famiglia con il titolo "La donna e i suoi doveri", sorta di rubrica fissa ante litteram. Questi articoli formano poi la base per il suo testo più noto, La famiglia del soldato (Le Monnier, 1859), romanzo definito "aureo" da Carlo Cattaneo, nella cui prefazione dichiara il fine morale. Nel 1863 fonda il periodico didattico L'educazione italiana, e il suo nome rimane legato agli scritti di carattere educativo. Nel 1872 viene chiamata a dirigere l'educandato femminile "Vittorio Emanuele II" di Lecce, con il patrocinio del vecchio duca Sigismondo di Castromediano, capo del Comune e Presidente del Consiglio dell'Istituto. Ma a Lecce non rimane che pochi mesi, morendovi d'improvviso il 17 luglio 1872. Sulla sua tomba, nel cimitero di Lecce, è posta l'epigrafe: "A Luisa Amalia Paladini / di Lucca / il Consiglio Provinciale / con voti unanimi / questa memoria decretava / a virtù domestiche / e cittadine / la donna italiana / ammaestrava / scrivendo ed educando / nata nel MDCCCX / direttrice delle alunne / nel Vittorio Emanuele II / moriva in Lecce / A. XVII luglio MDCCCLXXII". A Lucca si dette il suo nome al Regio Istituto Magistrale.

TITOLI

Odi ad Amarilli Etrusca (1836)

Rosmunda di Ravenna: tragedia lirica in due atti da rappresentarsi nel gran teatro La Fenice nel carnovale e quadragesima 1837-38 (1838)
L'orfana di Lancisa: melodramma da rappresentarsi nel teatro Re l'estate 1838; poesia di Luisa Amalia Paladini, musica di Giuseppe Mazza (1838)
Saggi poetici (1839)
Consigli alle fanciulle, in: Enciclopedia Popolare a cura di I. Cantù (1841)
L'assenzio, in: Inni sacri, a cura di A. Gabrielli (1842)
Nuovi canti offerti alla Guardia Civica di Lucca (liriche, 1848)
Manuale per le giovinette italiane (1851)
Fior di memoria per le donne gentili: prose e poesie (1855)
Gonsalvo di Cordova: melodramma da rappresentarsi per la prima volta nell' I. e R. Teatro Leopoldo nel carnevale 1854-55; poesia di Luisa Amalia Paladini, musica di Alessandro Biagi (1855)
La famiglia del soldato (1859)
Un carteggio: Giannina Milli a Luisa Amalia Paladini (prefazione e note dichiarative di Giuseppe Petraglione, 1895)
Ricetta della Signora Geltrude per guarire i mali di corpo alle bambine, in: Strenna Veneziana (1866)



Luisa Amalia Paladini

PERCOTO, CATERINA (1812 - 1887)

Nasce il 19 febbraio 1812 a San Lorenzo di Soleschiano in Friuli dal conte Antonio e Teresa Zuina; è una antica famiglia nobile ma decaduta; trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Udine, nel collegio di Santa Chiara delle Clarisse, ma poi rientra in famiglia insieme con la madre invalida e cinque fratelli maschi, e inoltre un abate che funge da amministratore e maestro di casa. Deve lavorare per aiutare in casa, essendo morto il padre e mancando di mezzi la famiglia, quindi rinuncia a formarsi una famiglia propria, dedicandosi ai nipoti. A dire il vero si mormora di una speranza delusa, essendovi stata una promessa con il dott. Alessandro Franchi, ma non è dato sapere il motivo reale per cui le nozze sfumano. Inizia la carriera letteraria con l'invio dialcuni racconti a Francesco Dall'Ongaro, noto poeta, che nel 1840 era direttore de La Favilla, giornale triestino. Pubblica articoli letterari, critiche e traduzioni. Sollecitata da Dall'Ongaro compone Lis cidulis, bozzetti di vita paesana, scritti nella lingua del luogo. Chiuso a forza La Favilla, Caterina Percoto continua a pubblicare su La Ricamatrice, testata del Lampugnani di Milano, antersignano del giornale femminile Margherita del Treves. Non sfugge ai soospetti della polizia austriaca, poichè la nota patriottica c'è, tanto che si vede più volte trattenuta la sua corrispondenza epistolare. Nel 1848 aderisce alla causa nazionale, tanto che rischia il carcere, soprattutto dopo la pubblicazione de La donna di Osoppo. Dopo la pace di Villafranca, nonostante il controllo austriaco, che vietò persino la vendita dei suoi libri, si reca a Milano dove, presentata da Carlo Tenca, frequenta il salotto Maffei. Nel 1861 si reca a Firenze per la prima Esposizione Italiana. Nel 1866 tre dei suoi amati nipoti accorrono volontari nelle fila dell'esercito italiano per la liberazione del Veneto. Dopo l'annessione, accetta l'ufficio di ispettrice degli educandati femminili della regione, ma ben presto deve ritirarsi in casa, oppressa dall'artrite che le impedisce persino di scrivere.
Pubblica gli scritti soprattutto sulle riviste, come La donna e la famiglia, ma nel 1858 è Le Monnier che pubblica i primi Racconti. Pubblica in seguito due volumi di novelle a Genova, e nel 1878 a Milano, con Carrara. Vive appartata nella sua modesta casa a San Lorenzo di Soleschiano, scrivendo numerosi romanzi e racconti, anche in friulano, raro esempio di narrativa rusticale italiana, paragonata alla narrativa detta "campestre" di George Sand. La critica coeva la apprezza molto. Muore a Udine il 15 agosto 1887. Nel testamento aveva espresso il desiderio di essere seppellita accanto alla madre, a San Lorenzo, ma Udine la volle.
Semplice di costumi, mai lasciò la casa natale, tranne per brevissimi viaggi a Vienna (all'epoca la regione era sotto la dominazione austriaca), e le visite a Milano e Firenze di cui si è detto, ma fu in contatto epistolare con alcuni personaggi della sua epoca, come Dall'Ongaro, Gino Capponi, Carlo Tenca e Niccolò Tommaseo che la apprezzava molto.

TITOLI

Lis cidulis: scene carniche (1845)
Racconti (1858)
Dieci raccontini (1865)
Nuovi raccontini (1870)


La contessa Caterina Percoto


SAN GIUSTO, LUIGI DI (1865 - 1936)

Luigia (Luisa) Gervasio nasce a Trieste il 4 febbraio 1865 da Luigi e Anna Kumar; frequenta l'Istituto Magistrale, e subito si mette ad insegnare. Sposa Vito Macina in Puglia, dove insegna per un po', poi viene trasferita a Torino. Nel 1888 vince un concorso indetto dalla Gazzetta del Popolo con due romanzi, Due donne e Il segreto di Donna Graziella. E' madre di tre figli, morti tutti in giovane età. Collabora a riviste e giornali con articoli di ogni genere, dalla critica letteraria e teatrale alla politica. Collabora anche al Giornalino della Domenica di Vamba. E' poetessa e narratrice, ma tiene anche conferenze e legge in pubblico. Si narra che una volta a Roma fosse applaudita persino da Goethe. Dalla sua professione apprende lo studio dei caratteri giovanili, che spesso traccia nei suoi romanzi. Ha una conversazione brillante per cui viene apprezzata nei salotti e nei circoli letterari. Lei stessa tiene salotto, dove riceve fra gli altri Gozzano e la Guglielminetti. E' un peccato che si abbiano di lei solo fotografie in bianco e nero, poichè era dotata di una splendida capigliatura fiammeggiante. Scrive su giornali e riviste e propone la creazione di una associazione femminile di giornaliste a tutela della categoria, dal momento che all'epoca i giornalisti maschi non riconoscevano le giornaliste femmine come colleghe ma solo come scrittrici (è un problema che dovette affrontare anche la Serao) ma viene inesorabilmente bocciata. Tuttavia la sua voce si fa sentire: è volitiva di carattere, professa un vero scetticismo, è femminista. Nel 1901 pubblica il romanzo Fede, dedicato alla Serao, e nel 1905 cura le Memorie di Linda Murri, a seguito del noto fatto di cronaca bolognese di cui tutta Italia parlerà per anni e decenni. Traduce testi per l'infanzia, ma anche la Storia di Roma del Mommsen, Elegie e Viaggio in Italia di Goethe. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale è interventista e all'avvento del Fascismo sposa con entusiasmo la nuova politica (diversi sono i libri di lettura per le scuole dove professa l'uno e l'altra). Muore nel 1936.

TITOLI

Un vinto (1894)
Nennella (1895)
L'errore (1896)
La maestra bella (1901)
Fede (1901)
Un naufragio nella vita (1908)
La bella dormente nel bosco (1908)
Gaspara Stampa (saggio biografico, 1909)
Storia d'una famiglia ebrea durante il primo anno della Guerra Mondiale (1926)
Sette fontane (novelle e versi).





Luisa Macina
alias Luigi di San Giusto

Luigi di San Giusto,
La sorte migliore,
SEI, 1930
Luigi di San Giusto,
Il paese della cuccagna,
Cappelli, 1920

TARTUFARI, CLARICE (1868 - 1933)

Nasce a Roma il 14 febbraio 1868 da Giulio Gouzy e dalla contessa Maria Luisa Servici; a tre anni rimane orfana di entrambi i genitori e viene allevata dal nonno materno, in campagna in provincia di Pesaro. Per la sua istruzione si reca a casa un frate, due volte la settimana. A 12 anni viene condotta in città, dove non sopporta la limitazione di libertà che la vita cittadina comporta. Giovanissima, sposa Vincenzo Tartufari dal quale ha due figli, un maschio e una femmina, e si stabilisce a Roma. Debutta dapprima con la poesia (Versi, 1894 e Vespri di maggio, 1896) e poi con il teatro, con risultati non eccelsi; in genere la sua produzione è più apprezzata in Germania che in patria. Nel 1909 esce Il miracolo, un romanzo, e nella narrativa ha più fortuna; viene persino apprezzata da Benedetto Croce e gode di buone recensioni di Luigi Russo. Collabora alla rivista La Donna diTorino. Muore a Bagnore di Monte Amiata (Grosseto) il 2 settembre 1933.

TITOLI

Roveto ardente (1905), Il volo d'Icaro (1908), Fungaia (1908), Il miracolo (1909), Eterne leggi (1911), Il giardino incantato (1912), L'albero della morte (1912), All'uscita dal labirinto (1914), Quello che paga (a puntate sull'Illustrazione Italiana, 1915), Rete d'acciao (1919), Il dio nero (1921), Il mare e la vela (1924), La nave degli eroi (1927), Lampade nel sacrario (1929), L'imperatrice dei cinque re (1931), Ti porto via! (1933)


Clarice Tartufari


Clarice Tartufari



Clarice Tartufari, Ti porto via!, I romanzi di Novella, Rizzoli, 1933
cover di Melicovitz, ill. int. di M. Dudovich
(courtesy Tesori di carta, Bologna)



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Fondo di Ricerca Storiografica Brandolini-Morgagni
- Sezione Archivio Fotografico e non sono riproducibili senza autorizzazione

TESTO:
copyright www.letteraturadimenticata.it, febbraio 2011

C'è un'altra famosissima "scrittrice" che scrittrice non è, avendo lasciato solo alcune poesie di genere personale. Ha avuto una vita degna di un feuilleton, e infatti la sua vita è stata raccontata in romanzi, biografie, e una serie di film che vengono continuamente riproposti al pubblico.
Era bellissima, e noi in redazione le siamo molto affezionati. Corre l'obbligo, dunque, di dedicarle una pagina nel nostro sito:



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