letteratura rosa
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IL FEUILLETON

IL ROMANZO POPOLARE DELL'OTTOCENTO

Romanzo storico, romanzo popolare, romanzo rosa: ecco tre generi letterari assai diversi l'uno dall'altro ma che a volte si possono sovrapporre. Il romanzo popolare per definizione tratta di argomenti contemporanei, ma il romanzo storico può senz'altro essere anche popolare, e basti per tutti il fulgido esempio de I tre moschettieri di Alexandre Dumas, se proprio non vogliamo citare i cicli storici dei romanzi di avventure di Sir Walter Scott; in ogni caso entrambi i generi affondano le radici nel romanzo gotico.

Se il romanzo storico, oltre a narrare di fatti reali, propone virtù e modelli, è perchè ha funzioni che esulano dalla pura azione narrativa (tanto che ne I promessi sposi Alessandro Manzoni spesso interrompe la narrazione per "dialogare" con il lettore), il romanzo popolare nasce come puro strumento per divertire il lettore e pertanto si guarda bene dal proporre modelli di eroismo e descrive piuttosto dei caratteri realistici (e con questo ottiene ciò che poi sarà il vero appannaggio del feuilleton, cioè l'identificazione del lettore col personaggio per ricavarne le proprie gratificazioni). Ecco dunque che il romanzo popolare viene discriminato dalla letteratura alta, classica, poichè non inventa narrazioni originali bensì propone una serie di situazioni già assodate e amate dal pubblico, e in definitiva ricalca un modello standardizzato. Il pubblico, a sua volta, è sovrano nel giudicare e quindi nel determinare il successo di un titolo.

Il romanzo popolare si suole suddividere in tre gruppi: il primo periodo, o periodo romantico-eroico (dal 1830 circa), vede la nascita del feuilleton classico francese ma annovera anche scrittori del calibro di Honoré de Balzac, che vi si ispira per la sua Comédie Humaine; si tratta della nascita di una narrativa democratica, per la borghesia, dove anche il pubblico femminile inizia a leggere romanzi: nasce un tipo di pubblico che legge di se stesso. Il secondo periodo (dal 1870 circa) gode di un pubblico di lettori assai aumentato che comprende anche la bassa borghesia e il popolino, reazionario e non di rado razzista; a questo gruppo appartiene Carolina Invernizio (1860 - 1916) che mette in scena il proletariato torinese, e tutti gli scrittori/scrittrici di feuilleton a seguire, che non esitano ad usare persino la malavita come sfondo narrativo (in particolare Bruno Sperani). V'è infine un terzo periodo che inizia ai primi del Novecento ed è forse un po' spurio, comprendendo anche il nascente genere giallo-avventuroso, e dove maggiormente il feuilleton si stempera nel romanzo rosa.

Lo schema fisso del romanzo popolare presenta da una parte gli innocenti, le vittime, impossibilitati a partecipare all'azione, e dall'altra i dominatori (buoni o cattivi, più spesso in quest'ultima categoria); il dominatore, da qualunque parte stia, usa metodi propri e non si cura della società, se interpreta la parte del giustiziere non va certo in tribunale, ma non esita a pugnalare con le propie mani il nemico (o il cattivo). In ogni caso, è un eroe carismatico, scevro dalle tentazioni, dotato di ferrea volontà e immensa fortitudo. Si tratta del Conte di Montecristo, che non guarda in faccia nessuno e compie silenziosamente, anno dopo anno, la propria vendetta. E naturalmente, lo schema vuole che vi sia una costante lotta tra l'eroe positivo e l'eroe negativo (valga per tutti la dicotomia D'Artagnan e Milady). Nel feuilleton, che vira nel tragico se non nell'assurdo tutti i topoi del romanzo popolare, l'opposizione non di rado è tra fratelli nemici o tra padre e figlio (a scelta, padre crudele e figlio/a santificata, o padre credulone e figlio/a degenere). E poichè la contraddizione tra bene e male è una costante, il lettore - che nella vita reale ha i suoi problemi da affrontare, problemi del tutto paragonabili a quelli di cui legge - deve venir consolato dall'immancabile trionfo del bene sul male, anche se il "bene" non è altro che la morale corrente di stampo borghese, che difficilmente accetta la redenzione del peccato: è per questo che l'eroe negativo deve morire, chiunque esso sia. Fantine deve morire, perchè la morale corrente non può accettare che una prostituta venga premiata dal buon samaritano, al quale è invece permesso di salvarne la figlia. Il bene e il male dunque nel romanzo popolare si estrinsecano in una coppia di forze uguali e contrarie, e la struttura narrativa si basa su l'unico tema della dominazione dell'una sull'altra. Possiamo citare tra le coppie di questo tipo la Primula Rossa e Chauvelin oppure Fantomas e Juve, che si apprende solo nel volume finale essere fratelli (questo, tra l'altro, un notevole coup-de-théâtre).

Un romanzo straordinario è senza dubbio I Beati Paoli di Luigi Natoli (Palermo, 14 aprile 1857 – 25 marzo 1941). Con lo pseudonimo di William Galt egli lo scrive appositamente per Il Giornale di Sicilia e lo pubblica a puntate dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. Il successo è enorme. Natoli prende l'ispirazione da una setta segreta dei tempi che furono, molto amata dal popolo, che nell'immaginario collettivo è costituita da "giustizieri" e non da "sicari"; per l'ambientazione il romanzo si potrebbe definire anche storico, ed ha un'impeccabile struttura da feuilleton, dosando sapientemente tutti quei fattori che, oltre a formare una narrazione avvincente, alimentano le fantasticherie del "lettore del popolo", inteso come colui che, affetto da complesso di inferiorità sociale, si culla in fantasie su concetti di vendetta e punizione dei colpevoli di mali sopportati, tramite la lettura dei romanzi popolari o feuilletons (definizione data da Gramsci in Letteratura e vita nazionale, Einaudi, 1952). Ciò che rende particolare questo romanzo è che è stato scritto in un periodo dove il feuilleton era da tempo tramontato, vale a dire che segue il modello del primo periodo del romanzo popolare, scritto durante il terzo.

William Galt,
I Beati Paoli
,
La Madonnina, 1949
L'edizione in volume fu preceduta
da un'edizione uscita in dispense illustrata dal figlio Edgardo Natoli.
Luigi Natoli,
I Beati Paoli
,
Flaccovio, 1971
Il testo è preceduto da un'introduzione di Umberto Eco, dalla quale abbiamo tratto alcuni concetti espressi in questa pagina.

RIDUZIONI CINEMATOGRAFICHE

I Beati Paoli
fu trasposto in versione cinematografica nel 1947

con il titolo I cavalieri dalle maschere nere, regia Pino Mercanti, con Massimo Serato, Otello Toso, Lea Padovani, Paolo Stoppa, Paola Barbara;
nel 2007 è andato in scena a Palermo in versione teatrale con la regia
di Giuseppe Di Pasquale al Teatro Nuovo Montevergini.
Coriolano della Floresta fu trasposto in versione cinematografica nel 1947
con il titolo Il principe ribelle, regia Pino Mercanti, con Otello Toso, Mariella Lotti, Paolo Stoppa, Massimo Serato, Umberto Spadaro.


BIOGRAFIA
Il titolo più famoso di Carolina Invernizio: La sepolta viva, Salani, 1935,
ill. di Carlo Chiostri. Il sottotitolo reca: romanzo storico.


Carolina Invernizio (1851-1916) in una fotografia giovanile

La denominazione di feuilleton inizialmente indica un tipo di pubblicazione che abbina letteratura e giornalismo; è un modulo inventato dal francese Emile de Girardin che a partire dal 1836 pubblica romanzi a puntate in appendice ai giornali, ed è rivolta al popolo che dispone così di romanzi al costo del giornale. Dato il tipo di lettori, i testi (inizialmente di vario genere) presto diventano storie di tipo consolatorio e compensatorio, imperniate sulla dicotomia buoni/cattivi, e situate in ambientati degradati e squallidi. Maestro del genere è Octave Feuillet (1821-1890), con Il romanzo di un giovane povero. Dopo la seconda metà del secolo le storie variano impercettibilmente fino ad accogliere ambientazioni ricercate. Da allora, nella storia letteraria, per indicare una certa tipologia di romanzo popolare si fa risalire il termine feuilleton al nome di Feuillet, e non più alla parola feuillet (che indica il foglio di giornale).

Octave Feuillet nasce l'11 agosto 1821 a Saint-Lô (Manche, Normandia); il padre Jacques è un noto avvocato con un impiego nell'amministrazione pubblica, la madre muore ben presto. Frequenta il Lycée Louis-le Grand a Parigi e si avvia alla diplomazia. Tuttavia avverte il desiderio di darsi alle belle lettere, il che lo mette in contrasto con il padre. Torna a Parigi dove si impiega come giornalista e inizia a scrivere per il teatro. Più tardi il padre lo perdona, anzi lo richiama presso di sé a Saint-Lô. Octave obbedisce e nel 1851 sposa la cugina Valérie Marie Elvire Dubois (1832-1906), anch'essa scrittrice; di questo primo periodo sono i migliori romanzi di Octave Feuillet. Nel 1852 pubblica Bellah, sulla Revue des deux mondes, e nel 1858 il titolo che lo renderà immortale, non solo, ma darà il suo nome a tutto il genere, Le roman d'un jeune homme pauvre. E' tornato a Parigi sin dall'anno precedente, e l'immediato successo lo rende benvisto alla corte del Secondo Impero, tanto che l'Imperatrice Eugenia interpreta la parte di M.me de Pons in Les Portraits de la Marquise in una rappresentazione privata a palazzo. La morte del figlio lo fa ritornare in Normandia, dove, venduto il castello di famiglia, acquista una casa, Les Paillers, dove vive per i seguenti quindici anni. Nel 1862 viene eletto all'Académie Française e nel 1868 viene designato bibliotecario del palazzo di Fontainebleau, con l'obbligo di risiedervi per almeno due mesi l'anno. Preso da crisi nervose, vende la casa di Saint-Lô, e torna di nuovo a Parigi, dove muore il 29 dicembre 1890.

TITOLI:

La Petite Comtesse (1857)
Dalila (1857)
Le Roman d'un jeune homme pauvre (1858)
Sybille (1862)
Monsieur de Camors (1867)
Julia de Trécœur
(1872)
Honneur d'artiste (1890)

Un'analisi approfondita dell'opera di Octave Feuillet è in
Jean-Marie Seillan "Stéréotypie et roman mondain: l'œuvre d'Octave Feuillet",
Loxias; Loxias 17 Littérature à stéréotypes
online alla pagina http://revel.unice.fr/loxias/document.html?id=1684



Ottavio Feuillet, Seconde Nozze, Salani, 1904;
in antiporta il ritratto dell'Autore.

Octave Feuillet,
Le roman d'un jeune homme pauvre
, Calmann-Lévy, 1932
Octave Feuillet,
Il romanzo di un giovane povero
,
Gennaro Monte, 1911



Luigi Natoli

DAL FEUILLETON AL ROMANZO ROSA

Abbiamo tracciato a grandi linee la struttura del romanzo popolare, da cui deriva il modello del feuilleton, il quale a sua volta origina quella vastissima letteratura popolare che va da fine Ottocento ai giorni nostri sotto il nome di romanzo rosa. Il romanzo rosa dunque assume la struttura tipica del feuilleton, dove la coppia in antitesi è sempre quella lui/lei e dove la risoluzione finale del conflitto non si ottiene con la morte di uno dei due, bensì con la riconciliazione che origina il lieto fine. Perchè se il feuilleton poteva originare finali caratterizzati da catastrofi (fisiche, morali, esistenziali), il romanzo rosa ha sempre un lieto fine. Tanto per eliminare un poco di confusione di termini, il romanzo rosa è tuttora denominato feuilleton (e pazienza se si perde la differenza) oppure romanzo d'appendice poichè usava pubblicarlo a puntate in appendice a giornali e riviste, e a seconda del gradimento dei lettori veniva in seguito pubblicato in volume. La nascita del romanzo rosa non è ovviamente definibile con una data precisa, non essendo precisi i confini del genre, anche perchè gli autori di fine secolo XIX - pur considerati di alta letteratura - possono cimentarsi nel feuilleton (un esempio per tutti, Le lys rouge di Anatole France), così come autori di romanzi popolari possono scivolare senza accorgersene nel rosa (ed è il caso di George Ohnet, soprattutto nel titolo che lo ha reso immortale, Le Maître de forges). Ma agli inizi del secolo successivo il romanzo rosa prende piede tra il pubblico femminile, sempre più ampio, e tramonta definitivamente il feuilleton. Le vicende una volta tragiche si stemperano in conflitti di stampo sentimentale, l'introspezione psicologica (tipica di un Paul Bourget) cede il posto alle descrizioni paesaggistiche, la narrazione perde di nerbo e acquista in leziosaggini. Ma il successo è strepitoso. La Francia è ancora una volta patria del romanzo rosa (v. a fianco LO SCHEMA) dove ai primi del Novecento Delly lo porta alle supreme vette della semplificazione, che si limita allo schema innamoramento/conflitto/sposalizio spesso privo di contorno.
Nel Novecento appaiono anche i romanzi inglesi, di cui regina indiscussa è Elynor Glyn, ma anche l'innovativa Berta Ruck che pone in scena la dattilografa e lascia perdere conti e castelli (peraltro protagonisti borghesi si erano già avuti con le narratrici tedesche, mentre l'ambientazione nella nobiltà rimarrà nei tempi recenti appannaggio della sola Barbara Cartland).
In Italia vengono prontamente dimenticate le autrici di romanzi popolari di fine Ottocento perchè il pubblico apre le braccia a Liala, autrice di regime,
che si modernizza nei temini e nelle situazioni, ed è considerata la regina indiscussa del genre, tuttora ristampata.


Tutte le case editrici dei primi decenni del Novecento pubblicano romanzi popolari, feuilletons e romanzi rosa, che giungono tradotti in italiano decenni dopo la loro comparsa in patria: ciò origina una certa confusione editoriale nelle collane dedicate, nelle quali si confondono allegramente i generi - e comprendiamo che all'epoca non si facessero tante sottili differenze - e dove scivola a volte un classico che, per l'argomento o per l'ambientazione storica, viene confuso col genere popolare (un esempio per tutti, Ettore Fieramosca del D'Azeglio, per non parlare de I promessi sposi del Manzoni). Ci riferiamo in particolare a Salani con la Biblioteca delle Signorine e a Sonzogno con la Biblioteca Universale.

LO SCHEMA DEL ROMANZO ROSA

Il romanzo rosa si definisce come tale per lo schema stereotipato del "conflitto da risovere con lieto fine", che segue alcuni modelli di diversificazione narrativa. Poichè la tipologia nasce in Francia, si ha un'ambientazione aristocratica: i comprimari possono essere letterati, artisti, militari di gran valore, pure badesse, etc., ma l'azione principale vede un lui di vecchia e solida nobiltà e una lei altrettanto dotata di quarti nobiliari (spesso impoverita). Raramente l'aristocratica convola con un non aristocratico, ma in tal caso lui è dotato di tutte le virtù, compresa un'angelica pazienza, nonché di un solido patrimonio, e lei è povera: è il caso del citato Le Maître de forges, di Le port d'attache di Léon de Tinseau, etc., dove il conflitto tra i due protagonisti sta proprio nella disparità d'origine. Più raro è il caso opposto: nulla spaventa di più la tenera madre di una mésalliance dell'erede con una fanciulla di origini borghesi, salvo perdonarle la bassa nascita quando lei si rende protagonista di un gesto eclatante atto a salvare tutta la famiglia.
Un altro topos del romanzo rosa è il tradimento, ovviamente femminile (all'epoca, agli uomini pur sposati era ben permesso frequentare artiste di varietà o anche signore meno qualificate, con discrezione s'intende).
A questo proposito potremmo definire feuilleton il romanzo dove il tradimento viene espletato - con finale punitivo e tragico - e romanzo rosa quello dove il tradimento viene solamente sospettato, con finale riconcliliativo. Di nuovo, la differenza è sottile, e così abbiamo un Lecomte du Nouy che si cimenta nell'uno e nell'altro schema, raggiungendo col primo vette di scabrosità che all'epoca lo tennero ben lontano dagli scaffali delle signorine per bene. Ma è Marcel Prévost il maestro indiscusso del feuilleton con pruderie, che raggiunge l'immortalità con
Les demi-vierges
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Il romanzo rosa è comunque mondano, nel senso che pone l'azione in quel "bel mondo" di cui possono godere solamente i nobili, che nulla fanno per vivere in quanto ben forniti di rendite, e che per passare il tempo si occupano dei castelli, delle cacce, di "ricerche storiche", riscrivono la genealogia della propria casata, e - se proprio sono dotati - dipingono o suonano il violino. Se vivono a Parigi, vanno a teatro. Nulla ci viene detto della situazione politica, della forma di governo: i romanzi rosa sono senza tempo. Quanto alla moglie del nobile, il suo scopo nella vita è di resistere alla seduzione prima, e di trovare un buon marito per la figlia poi; salvo incarnare la figura della martire quando la narrazione esige che sia perennemente distesa sulla poltrona, esangue e moribonda.
E poi c'è un altro modello, quello del conflitto suscitato dal "terzo" che si incunea tra lui e lei suscitando il problema. Le tipologie variano, in quanto il "terzo" può essere un rivale, un semplice tentatore, un primo coniuge, una figlia, una persona cattiva. Se Feuillet nel suo ultimo romanzo Honneur d'artiste punisce tutti e tre i protagonisti, e Ohnet fa altrettanto in Les dames de Croix-Mort secondo la ferrea legge del feuilleton, Delly - che non concepisce il male - in L'esiliata fa sostenere tutta la parte del terzo incomodo al semplice ricordo della prima moglie (e il pensiero corre a Rebecca...). Un terzo incomodo può anche scalzare l'amore materno/filiale, come in André Cornelis di Bourget o Nous deux di Suzanne Martinon, entrambi con finale amaro, il primo poichè a tradire è la madre, il secondo poichè a tradire è il figlio.
IL ROMANZO POPOLARE/FEUILLETON/ROMANZO ROSA ITALIANO

Dopo Carolina Invernizio, tutte si mettono a scrivere. E sono tante.
Distinguere in queste autrici il romanzo popolare dal feuilleton non è sempre facile; e se la narrazione vira al sentimentale, non è facile distinguere il feuilleton dal romanzo rosa propriamente detto (per intenderci, quello dove trionfa l'Amore). Ciascuna di loro si è cimentata nell'uno e nell'altro. Tutte intendono produrre il romanzo sentimentale, sebbene il periodo storico entro il quale operano le portino ad interpretare in senso "borghese" il mito romantico d'amore e morte, con la difesa (ad oltranza) dei valori codificati e con il conseguente finale punitivo per ogni trasgressione. Le loro eroine sono delle vinte, abbattute dalla vita, dalla personalità preponderante dell'altro, da loro stesse perchè deboli. Alcune scrittrici tuttavia non si arrendono a questo cliché e producono opere più trasgressive, e spesso queste autrici sono più propriamente poetesse; altre ancora si dedicano in gran parte alla letteratura per l'infanzia. Perchè le abbiamo messe tutte insieme nella pagina del feuilleton? Perchè se non lo scrivono, lo interpretano con la loro propria esistenza, raggiungendo vertici di follia che le trasformano in vere e proprie eroine da romanzo. Inoltre, essendo tutte più o meno contemporanee, si conoscono bene tra di loro, collaborando spesso alle medesime testate; alcune sono amiche, altre si detestano.
Abbiamo limitato la scelta ai nomi più noti - c'è anche un Nobel Prize - e soprattutto a coloro che seguono un percorso letterario ben definito, e che possono a ben diritto entrare nella storia della letteratura, nonostante siano oggi assai snobbate dalla critica; e abbiamo aggiunto qualche nome oggi dimenticato ma che a suo tempo ha avuto una certa notorietà. Semmai, in questo excursus l'intrusa è Liala per una semplice questione anagrafica, che però correva l'obbligo di inserire perchè è la regina incontrastata del romanzo rosa italiano di tutto il Novecento.
Paul Bourget,
Andrea Cornelis,
Salani, 1927,
ill. interne di G. Starace
Anatole France,
Le Lys Rouge,
Calmann-Lévy, 1905
Marcel Prévost,
Les Demi-Vierges,
Lemerre, 1895

AGANOOR POMPILJ, VITTORIA (1855 - 1910)

La famiglia Aganoor è di nobili origini armene, passata in Persia nel XVII secolo. Nel 1813 il conte Abramo Aganoor sposa Maria Teresa Moorat, e dall'unione nascono tre figli: Giovanni, Virginia, Edoardo. Sono loro che metteranno radici in in Europa, dapprima a Parigi, e poi a Venezia (ma mantengono la nazionalità inglese). Edoardo sposa nel 1847 la milanese Giuseppa Pacini, istitutrice della sorella Virginia, a lui maggiore di quattro anni. Dall'unione nascono cinque figlie: Angelica, Maria, Elena, Vittoria (26 maggio 1855), Virginia. Edoardo non ha i nervi saldi, e un po' tutte le figlie ereditano in un modo o nell'altro le sue peculiarità, in special modo Maria, che morirà pazza. La famiglia abita una bella palazzina detta "casa degli Armeni" in Prato della Valle, a Padova. Vittoria è nevrotica e meteoropatica, dotata di carattere battagliero e ribelle, ma sarà l'unica a rimanere attaccata alla famiglia. Studia privatamente con l'Abate Giacomo Zanella (1820-1888) a Padova, in seguito a Napoli - dove la famiglia si trasferisce dal 1874 al 1884 - con Enrico Nencioni, redattore del Fanfulla della domenica. Qui frequenta De Gubernatis e Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Onorato Fava, Francesco De Sanctis, ma riceve sempre le visite dell'Abate Zanella. E' in corrispondenza anche con Antonio Fogazzaro, Angiolo Orvieto, Eugenio Checchi (direttore del Fanfulla della domenica), Neera. Collabora a La Nuova Antologia, La gazzetta della domenica, Il corriere del mattino letterario. Nel 1884 esce una sua poesia, "Risveglio", sul Fanfulla della domenica ed ottiene subito la notorietà. Tuttavia la sua prima raccolta di versi, Leggenda eterna, uscirà solo nel 1900, dedicata alla madre, morta l'anno precedente. Le si attribuiscono alcuni amori giovanili (tra i quali anche un fidanzamento) e la frequentazione di personalità dell'ambiente letterario: Cesare Pascarella, Francesco Cimmino, Domenico Gnoli, Enrico Nencioni: la corrispondenza con quest'ultimo è firmata Fadette (Vittoria) e Landry (Nencioni). Ma è il rapporto con il conte Gnoli, alquanto controverso, di cui si parla nell'ambiente letterario. Gnoli è Bibliotecario della Biblioteca Vittorio Emanuele, poi direttore de La Nuova Antologia, poi Rivista d'Italia; si firma Dario Gaddi e inizia il carteggio con Vittoria nel 1898; al suo successivo disinteresse risponde con un nuovo pseudonimo, Giulio Orsini, pubblicando "Fra terra ed astri" dove chiaramente la figura femminile è Vittoria Aganoor: la quale, come tutti, ritiene che l'Orsini sia un giovane poeta nascente. Ma ormai Vittoria è irraggiungibile. Il 28 novembre 1901 infatti sposa a Napoli il marchese Guido Pompilj, deputato di Perugia e sottosegretario agli Esteri. Per i successivi nove anni Vittoria vive a Perugia (la coppia abita in piazza Danti, nel Palazzo Conestabile della Staffa), dove continua il suo percorso letterario, ma non solo: viaggia e tiene conferenze. Nel 1906 esce la poesia "Parabola" su Il Giornale d'Italia, anonima, e diventa un caso letterario: si tratta di una satira e nessuno pensa sia di una donna. Il 7 maggio 1910 una malattia incurabile la porta alla tomba; il marito dal dolore si spara un colpo di rivoltella sul suo cadavere il giorno seguente la sua morte. Le poesie di Vittoria Aganoor verranno ripubblicate in una raccolta completa da Le Monnier nel 1912.

TITOLI

Dal vero (su Roma Letteraria, 1895)
La Madonna (idem)


Vittoria Aganoor
nell'unica sua fotografia resa pubblica
Conte Domenico Gnoli
poeta e scrittore,
usa vari pseudonimi tra i quali il più noto è "Giulio Orsini"

Marchese Guido Pompilj
(1854-1910)

ALERAMO, SIBILLA (1876 - 1960)

La sua opera è strettamente legata alla biografia personale, dove traspare il bisogno dell'affermazione di sé, la volontà di confessione, il tormento, e soprattutto la denuncia di una società dove la donna è considerata e trattata come "cosa". Il suo romanzo più famoso, Una donna, di forte ispirazione autobiografica, è oggi considerato l'unico suo testo valido. Sibilla Aleramo godette fino a tutti gli Anni Trenta di una vastissima popolarità, anche per i suoi indefessi contatti con il pubblico (conferenze, articoli, interviste, e carteggi con chiunque godesse di una qualche notorietà. Oggi sarebbe definita una 'presenzialista'). In Il frustino (1932), decisamente autobiografico, insegue l'immagine della superdonna, nello sforzo di trasfigurare l'esperienza erotica in qualcosa di sublime. Lascia un episolario ricchissimo, di cui è assai noto il carteggio con Dino Campana.

TITOLI

Poesia:
Momenti (1921), Poesie (1929), Sì alla terra (1934), Selva d'amore (1947), Aiutatemi a dire (1951) Luci della mia sera (1956).
Narrativa:
Una donna (1906), Il passaggio (1919), Andando e stando (1921), Trasfigurazione (1922), Amo dunque sono (1927), Gioie d'occasione (1930), Il frustino (1932), Orsa minore (1938), Dal mio diario (1945).

BIOGRAFIA


Sin: Sibilla Aleramo in una foto di posa scattata da Anton Giulio Bragaglia;
ds: in una foto del 1920

BISI ALBINI, SOFIA (1856 - 1919)

Nasce a Milano da Antonio, proprietario terriero della Brianza, che raccoglie nella sua villa di Robbiate una ricca biblioteca di classici. Sofia ha dunque tutto l'agio di istruirsi in casa, ma è anche allieva di Giovanni Rizzi e di Luigi Rossari, amico del Manzoni. Letterata e pedagogista, a soli 17 anni pubblica la novella Nel vano di una finestra per i tipi del Brigola, seguita da La scacchiera della rosa; con lo pseudonimo di Donna Conny invece pubblica Donnina forte, che ha un grande successo. Collabora a L'Illustrazione Italiana, La Nuova Antologia, Perseveranza, Il Corriere della Sera, Natura ed Arte, Vita Italiana. Su Cordelia (di cui è collaboratrice fin dal primo numero) pubblica Una nidiata, in seguito edita da Treves e poi da Bemporad. E' sua la prefazione al primo libro di Ada Negri. Nel 1883 sposa lo scultore Emilio Bisi, dal quale avrà quattro figli (due dei quali andranno al fronte durante la Prima Guerra Mondiale; l'unica femmina, Antonietta, diventerà una pittrice). Fonda nel 1891 un giornale per ragazzi, Il Corriere dei Bambini, durato pochi numeri, mentre invece lunga vita ottengono la Rivista delle Signorine (1894-1911), periodico mensile che ottiene la Medaglia d'Oro, e Vita femminile italiana (1907-1913); nel 1914 le due testate si fondono nella Nostra Rivista (che dirige fino alla morte nel 1919); tiene conferenze. Fonda a Milano il Circolo Rossari, dove mette le signorine di buona famiglia al 'servizio' delle fanciulle del popolo, dove le prime insegnano alle seconde ciò che sanno senza dubbio far bene: ricamare, dipingere, sonare, cantare, conversare ... La Regina Margherita la tiene in gran conto. Ha anche l'idea di fondare a Milano i primi "nidi dei bambini", subito imitati anche in altre città: ancora oggi gli asili per bambini piccoli si chiamano "asili nido". Nel 1898 consegue il "Premio Giannina Milli" destinato alla miglior scrittrice della regione lombarda. E' ammirata da tutti; Grazia Deledda la definisce "colei che fu a tutte noi donne d'Italia maestra di fede e di bontà". Muore a S. Michele di Pagano, vicino a Rapallo, il 17 luglio 1919. Ada Negri detta l'epigrafe per la lapide che viene apposta sull'esterno della casa da lei abitata in via Guastalla, a Milano.

TITOLI

Donnina forte: confidenze di Donna Conny (1879; le ed. successive godono della prefazione di Antonio Fogazzaro), Una nidiata (1890), Voci di campanili (ill. di Emilio Bisi, 1896), Il figlio di Grazia (1898; l'ed. del 1910 riporta 20 composizioni del pittore P. Chiesa), Le nozze d'argento, La scacchiera della rosa, Omini e donnine, Nel vano di una finesra, Impressioni di Venezia, L'amico Camillo. Traduce Misanderstood della Montgomery.


Sofia Bisi Albini in una foto giovanile e
a ds. nel volume Una nidiata, Bemporad, 1902
CONTESSA LARA (1849 - 1896)

Evelina Cattermole nasce a Firenze nel 1849 da Guglielmo Cattermole ed Elisa Sandusch. Sposa Francesco Saverio Eugenio Mancini, ufficiale, figlio di quel Pasquale Stanislao Mancini di cui si parla poco ma di un'importanza, per l'unità d'Italia, pari a quella di Garibaldi e di Mazzini: grande giurista, diede le basi dottrinali all'idea di "nazione", e fu il fondatore degli studi di diritto internazionale.
Pubblica una prima raccolta di poesie nel 1883, Versi, che rivela una voce sincera capace di rendere le emozioni senza retorica. Pubblicherà molte altre raccolte di versi, e alcune liriche verranno anche musicate. I contemporanei la osannano ma Carducci la stronca e Croce addirittura la dileggia. I posteri possono rendersi conto che la poesia per lei è solo un gioco elegante, l'occupazione di una donna di mondo che teneva salotto. Nei romanzi, dove traspare la propria autobiografia, trasfonde le violente passioni della sua vita intima, ma non scrive capolavori.
Ben presto la sua fama decade e la poetessa è oggi totalmente dimenticata.


TITOLI

Poesie:

Canti e ghirlande, (Le Monnier, Firenze, 1867: l'unico titolo pubblicato con il suo vero nome);
Versi (Sommaruga, Roma, 1883); Ancora Versi (Sersale, Firenze, 1886) Senza baci!... (musica di G. Troiani, versi della contessa Lara, Napoli, Ferdinando Bideri, 1893);

Novelle e romanzi:

Raccolta di novelle (1877)
; Così è (novelle, Triverio, Torino, 1887); L'innamorata (romanzo, Giannotta, Catania, 1892); Storie d'amore e di dolore (novelle, 1893); La Madonna di Pugliano; La fiera di Montelupo; Sic vos non vobis; Storie intime; Primo temporale; La Regina del Rame.

Per ragazzi:

Una famiglia di topi (Bemporad, 1891); Compagni di sventura (1892); Il romanzo della bambola (Hoepli, 1896, ill. di G. Pierantoni, il suo assassino).

Pubblicati postumi:
Nuovi Versi (Galli, Milano, 1897)
Storie di Natale (novelle, Cappelli, 1897)
Opuscolo di lettere intime a cura di E. Bottini (Tipografia della Camera dei deputati, Roma 1897)



Contessa Lara
(Evelina Cattermole Mancini)



BIOGRAFIA

COSTANZI MASI, EUGENIA (1877 - ....)

Eugenia Masi nasce ad Ancona il 23 novembre 1877 da padre marchigiano e madre di origine polacca. Compie gli studi liceali e universitari a Firenze; collabora al Giornale dei Fanciulli diretto all'epoca da Achille Tedeschi a soli 13 anni con lo pseudonimo di ZEA MAIS. Sposa Alberto Costanzi dopo il 1902. Pubblica Le novelle di Valerio (dal nome del figlio) in un'edizione di lusso illustrata da Eduardo Ximmenes.

TITOLI

Giacomo Costantino Beltrami e le sue esplorazioni in America (1902), Io credo che tu esageri (Cappelli e Salani, 1928), Velocità ridotta (1940).

Traduce per Salani 5 romanzi di Berta Ruck
:
Il ponte di baci / Signore e Signora? / Se ti sposerai... / La fidanzata ufficiale / Le lettere d'amore di Rosamund Fayre (titoli derivati dal titolo originale: Salani li pubblicherà diversamente)


DEL SOLDATO, CAMILLA (1862 - 1940)

Camilla Poggi nasce a Reggio Emilia il 23 settembre 1862, figlia dello scrittore Ulisse Poggi, noto per le opere dedicate ai giovani e alla scuola, di famiglia toscana di nobili origini. E' il padre che la istruisce in casa, a Belluno dove la famiglia si trasferisce. Ulisse Poggi è Provveditore agli Studi di Piacenza quando Camilla è adolescente, e insieme con le sorelle attende alle faccende di casa sotto il vigile sguardo dell'inflessibile madre; Camilla però mostra una grande disposizione per la pittura, tanto che le viene assegnato un maestro privato, che la dichiara pronta ad accedere all'Accademia di Brera dopo poco tempo. Ma il padre viene trasferito a Prato, alla direzione del collegio Cicognini, e del progetto non se ne fa più nulla. Sposata con Oreste Del Soldato, agli inizi del secolo si trasferisce a Milano per un dissesto finanziario; qui intraprende un'intensa attività di traduttrice e in seguito di scrittrice. Negli Anni Trenta dirige la collana romantica Biblioteca delle Giovani Italiane di Le Monnier. Traduce dall'inglese (tra gli altri, Appassionata, storia di una musicista di Elsa D'Esterre-Keeling nel 1919, in seguito publicato da Salani); pubblica testi per le scuole e racconti per l'infanzia, tra i quali Storia di quattordici ragazzi ottiene il 1° premio al concorso indetto per un libro di ragazzi dal Gruppo d'Azione per le scuole del popolo di Milano. Muore a Milano il 19 marzo 1940.

TITOLI

Coscienza (racconti, 1910),
Mattina di vita (bozzetti, 1914), La casa (1916), Tempo di guerra: note di una mamma (1917), Due manine (1926), La storia di Cecina (1922), Anime (1923), La casa di cristallo (1926), Il focolare (1929), Santa Elisabetta d'Ungheria (1931), Storia di Anita Garibaldi (1932), L' unica via (1932), Oggi e domani (1935), Mamma (1936).
Per ragazzi:
Staffetta: d
ue anni di vita d'un ragazzo (1915), Le memorie del Merlo zoppo (1920), Le esperienze di Rosetta (1924), La novella delle novelle ed altre fiabe (1926), Allegria (1932), La casa del cuccù (1935), Come Neri diventa Ranieri (1936), Da ragazzi ad uomini (1938), Giovinezza in marcia (1938), Le idee di Serenella (1938), La casa di cristallo (1939).



Eugenia Costanzi Masi (sin) e Camilla Del Soldato (ds)
DONNA PAOLA (1866 - 1954)

Paola Grosson de Guentry nasce a Bergamo nel 1866 ed esordisce su Scena Illustrata con la sola firma Donna Paola con un primo articolo che fa scalpore, tutti cercano chi si celi dietro allo pseudonimo e chissà perchè si pensa sia lo scrittore Giarelli. Forse perchè Donna Paola si esprime in maniera diretta e 'mascolina'; tuttavia professa un sincero femminismo e presto tutti si accorgono della vera personalità di Donna Paola. Su Scena Illustrata le viene assegnata una rubrica fissa, "Calende ed Idi" dove passa in rassegna tutti i fatti accaduti nella quindicina. In seguito diviene redattrice capo della rivista, a Firenze. Sposa Luigi Baronchelli. Dal 1911 al 1928 intrattiene una fitta corrispondenza con lo scrittore e giornalista Valentino Soldani (1873-1935) al quale la lega una profonda amicizia. Muore a Quarto (Genova) il 13 maggio 1954.

TITOLI

Confessioni di una figlia del secolo, L'amico (raccolta di novelle), I giovani della pianura (sul Caffaro), Io e il mio lettore (1910).

Per ragazzi:
Pippetto difende la patria (Bemporad 1920)


Donna Paola


DELEDDA, GRAZIA (1875 - 1936)

Nasce a Nuoro il 27 settembre 1875 da famiglia agiata ma compie studi irregolari in casa; eredita da uno zio prete un'intera biblioteca e si appassiona alla lettura e, di conseguenza, alla scrittura. Gli autori che la influenzano dapprima sono Dumas, Ohnet, Bourget. Pubblica giovanissima alcuni racconti su La stella di Sardegna, e tra il 1888 e il 1889 le prime novelle di argomento sardo su un giornale di mode, Ultima moda, e successivamente a Milano. L'apprezzamento dei critici la fa notare nei circoli letterari e si interessano di lei il De Gubernatis e Luigi Capuana. Nel 1895 il Bonghi scrive la prefazione di Anime oneste. Conosce a Cagliari il romano Palmiro Modesani e lo sposa, seguendolo a Roma nel 1900. Continue letture le insegnano a sfrondare le descrizioni sovrabbondanti e le troppe figure secondarie, e i romanzi assumono uno stile essenziale, scevro di commozioni personali; la sua umanità piuttosto tocca l'universale. Conduce vita ritirata, tra famiglia e lavoro, e nel 1927 questo viene premiato con il Nobel Prize. Muore nel 1936, appena terminata l'ultima opera, Cosima.
L'opera di Grazia Deledda risente grandemente del percorso intellettuale personale dell'autrice, e ne risulta un impasto di moduli ottocenteschi con lo spirito del Novecento; si richiama al verismo ma anche al naturalismo francese, e per certe problematiche conflittuali con il senso religioso, per il senso di colpa che grava sui personaggi, per il lirismo descrittivo, si avvicina al decadentismo, di cui vate indiscusso è D'Annunzio, tanto che al grande maestro viene accostata da alcuni critici. Sarà il Sapegno a ricollocarla a posteriori nella sua vera cornice del verismo, riconoscendole un lirismo ingenuo e non decadentistico, che si rappresenta nelle figure morali e nela moralità superstiziosa della Sardegna più arcaica.

TITOLI

Sangue sardo (1888), Remigia Helder (1888), Memorie di Fernanda (1888), La pesca miracolosa (1889), Il castello di San Loor (1889), Nell'azzurro (1890), Stella d'Oriente (1890), Amore regale (1891), Fior di Sardegna (1892), Anime oneste (1895), La via del male (1896), Il tesoro (1897), L'ospite (1897), La giustizia (1899), Le tentazioni (1899), Il vechhio della montagna (1900), La regina delle tenebre (1902), Dopo il divorzio (1902), Elias Portolu (1903), Cenere (1904), Nostalgie (1905), I giuochi della vita (1905), L'ombra del passato (1907), L'edera (1908), Il nonno (1908), Il nuovo padrone (1910), Sino al confine (1910), Nel deserto (1911), Colombi e sparvieri (1912), Chiaroscuro (1912), Canne al vento (1913), Le colpe altrui (1914), Il fanciullo sconosciuto (1915), Marianna Sirca (1915), L'incendio nell'oliveto (1918), La madre (1920), Il segreto dell'uomo solitario (1921), Il Dio dei viventi (1922), Il flauto nel bosco (1923), La danza della collana (1924), La fuga in Egitto (1925), Il sigillo d'amore (1926), Annalena Bilsini (1927), Il vecchio e i fanciulli (1928), La casa del poeta (1930), Il paese del vento (1931), La vigna sul mare (1932), Sole d'estate (1933), La chiesa della solitudine (1936), Cosima (1937).


Grazia Deledda con i figli Sardus e Francesco


Grazia Deledda con la nipotina Mirella

GUGLIELMINETTI, AMALIA (1885 - 1941)

Nasce a Torino il 5 aprile 1885 da una famiglia dell'alta borghesia di antiche tradizioni, reagisce alla rigida educazione assumendo atteggiamenti di indipendenza e cercando una via per l'affermazione personale. La trova cimentandosi nelle belle lettere; esordisce appena diciottenne con un volume di versi, Voci di giovinezza (1903), che ricalcano quelli del Carducci. Frequenta il circolo di cultura torinese dove vi sono anche Carola Prosperi, Salvator Gotta, Mantovani, De Amicis; nel 1907 conosce Guido Gozzano con il quale non esita ad intrecciare una relazione, che desta enorme scalpore. Ma ancor di più ne fece la relazione con Pitigrilli, da par suo in odore di peccato, che nel 1921 le dedica Cocaina con le parole: "Ad Amalia Guglielminetti, istrice di velluto" e che la influenza non poco. La relazione è tormentata e finisce in recriminazioni, tanto che Amalia viene presa da mania vendicativa, e viene ricoverata in una clinica. Da questa esperienza esce minata nello spirito come nel fisico. Sparita dalla scena letteraria, muore durante la seconda guerra mondiale, cadendo dalle scale di casa sua, il 4 dicembre 1941.
Pubblica poesie dove le figure femminili sono plasmate su quelle dannunziane e insofferenti ai vincoli sociali, obbedienti solo ai propri impulsi; nei romanzi invece questo furore si stempera e si opacizza. Nel 1924 il romanzo Quando avevo un amante ottiene persino un processo per oltraggio al pudore. Scrive ancora racconti per ragazzi, collabora a La stampa e La donna.
Nel 1909 fonda la rivista Seduzioni, quasi un manifesto dell'estetismo decadente. La relazione con Gozzano, sfociata in seguito in affettuosa amicizia, ha dato come risultato un carteggio, pubblicato nel 1951, che la riscatta in qualche modo dai cliché utilizzati nella produzione letteraria. Di questi cliché sa bene la critica contemporanea, che tuttavia la incensa come una delle migliori autrici. All'uscita di Anime allo specchio un'intera pagina su L'Illustrazione Italiana a firma Giacinto Cottini la definisce "giovane e squisita novellatrice [che] considera l'amore come l'ara luminosa e affascinante, donde discendono tutte le roventi scie dell'esistenza" dotata di quella "chiara sicurezza e il fiero sforzo con cui ella sa conseguire l'unità nella molteplicità" (vale a dire che scrive sempre le stesse cose); e ancora: "un'atmosfera rovente circonda tutte le figure ond'è animato [il testo] e che è proprio quest'atmosfera l'anima dell'autrice" arrivando ad affermare che per questo motivo persino Goethe l'avrebbe lodata; e conclude con: "A. G. ha preso il suo posto nella letteratura nazionale, ed è un posto fra i primi, fra i più invidiabili". Peccato che non fosse vero; tant'è che costretta a sbarcare il lunario finirà per fare pubblicità (in questo, antesignana di ciò che sarà invece la moda corrente a fine secolo per vip e vippini).

TITOLI

Poesia:
Voci di giovinezza (1903), Le vergini folli (1907), Le seduzioni (1909), Emma (poesie dedicate alla sorella morta, 1909), L'insonne (1913), I serpenti di Medusa (1934).
Per il teatro:
L'amante ignoto (1911), Nei e cicisbei (atto unico in versi e prosa, 1917), Il baro dell'amore (tre atti, 1920), L'idoletto prezioso (1924), Gingilli di lusso (1927), Una donna eccezionale (1930).
Narrativa:
I volti dell'amore (1913), Anime allo specchio (novelle, 1916), Gli occhi cerchiati d'azzurro (1918), Le ore inutili (1919), La porta della gioia (1921), La rivincita del maschio (1923), Quando avevo un amante (1924), La carriera dei pupazzi (1925), Il pigiama del moralista (1927), Tipi bizzarri (1931).

Per ragazzi:
La reginetta Chiomadoro (1921)



Amalia Guglielminetti nel celebre ritratto di M. Reviglione

Pitigrilli, Amalia Guglielminetti, Modernissima, 1919
cover: caricatura di R. Ventura
Pitigrilli, Cocaina,
Sonzogno, 1921
cover di Sto

Amalia Guglielminetti nella pubblicità del Proton
su Illustrazione Italiana, 1926


Amalia Guglielminetti







Pitigrilli
(Dino Segre, 1893 - 1975)
(source photo: Wikipedia)

HAYDEE (1867 - 1946)

Ida Finzi nasce a Trieste da Giuseppe e Chiara Clerles il 1° settembre 1867 e qui vive per tutta la vita; l'ambiente letterario lo frequenta tramite le riviste letterarie alle quali collabora. Ha due sorelle e tre fratelli, la famiglia è agiata e dotata, soprattutto per la musica. L'ambiente è quello dell'intellighenzia borghese della Trieste fin-de-siècle che si ritrova in tanta letteratura (Ida è compagna di scuola di una delle ragazze Wieselberger, e come non pensare alle tre sorelle amate da Zeno Cosini?). Nel 1885 Ida esordisce quindicenne sull'Indipendente di Trieste con lo pesudonimo Haydée, derivato da Il conte di Montecristo di Dumas, con brevi articoli di attualità rivolti al pubblico femminile. L'anno successivo pubblica con Treves due racconti per bambini, Paolo Landi e Gli amici di Lucia, l'anno dopo si rappresenta al Teatro Carignano di Torino un suo dramma in cinque atti, Il Girasole. Purtroppo il giorno dopo la prima rappresentazione l'attrice principale Maria Rosa Guidantoni, che Eleonora Duse chiamava "la più grande matta dell'arte", fugge in Russia con Emanuel e Haydée ci rimane molto male. Entra al Piccolo, al quale collabora per 27 anni, e all'Illustrazione Popolare, il che le dà una notorietà immensa. Anche sull'Illustrazione Italiana si occupa di critica teatrale e letteraria, e cura una rubrica femminile in cui si firma come "la signora in grigio" fino al 1933; altre testate alle quali collabora sono Il Caffaro, Roma letteraria, e quel Fanfulla della domenica che raccoglie le più prestigiose firme del periodo: D'Annunzio, Verga, Gnoli, Scarfolgio, Neera, Serao, Contessa Lara. Inizia a scrivere novelle e romanzi, commedie e libretti d'opera, e ottiene una gran quantità di premi (15), compresa una "penna d'oro e brillanti" per una novella in un concorso offerto dalla Regina Margherita. Nel 1912 viene indetto il premio Rovetta dalla Società degli Autori di Roma e lei vince con Faustina Bon. La Prima Guerra Mondiale la costringe a lasciare Trieste per trasferirsi a Bologna e poi a Milano; il conflitto lascia impressioni vivissime su di lei, che ama la propria città e ne scrive sempre volentieri; nel 1916 pubblica con Bemporad Bimbi di Trieste, sorta di reportage sui piccoli profughi. Tornata nella città natale a fine conflitto, trova la situazione assai cambiata e pervasa di dolore (il martirio di Cesare Battisti ha riportato alla memoria quello di Guglielmo Oberdan, sempre amato dai triestini): eppure lei stessa era stata fortemente interventista, esaltata dalla ricerca dell'identità nazionale. Pubblica insieme con Bruno Astori (1922) La passione di Trieste: diario di vita triestina: luglio 1914-novembre 1918. Nel dopoguerra riprende comunque le sue cronache mondane e frivole; si fa un nome anche perchè nei suoi romanzi le protagoniste non esitano a condursi liberamente, tanto che viene perfino censurata. Nel 1933 Vita di Doretta Cisano viene acclamato dalla stampa nazionale come "il romanzo di Trieste". Si riafferma in lei il sentimento nazionale, che la porta a credere in Mussolini, fino ad omaggiare nei suoi scritti lui e la 'forza della latinità' e a tesserne le lodi ne Il libro della Madre e del Bambino (che nel 1933 vince il premio Fusinato). Nel 1938 Ida Finzi cade vittima delle leggi razziali: non può più pubblicare, e presto deve anche lasciare la propria abitazione (una delle sorelle morirà in un lager tedesco) e intraprendere un triste esilio che la porta fino in un ospizio di Portogruaro, dove muore il 23 gennaio 1946.
Nell'ambito letterario triestino è necessario ricordare il "premio Haydée", istituito nel 1950 da Mario Finzi "in ricordo della sorella Ida Finzi, scrittrice e giornalista di grande merito, con un concorso annuale a premio per una prosa d'arte fra le alunne dell'ultima classe delle scuole medie superiori".



Haydée negli Anni Dieci (sin) e
negli Anni Venti (ds)


TITOLI

Per il teatro:
Barba Romolo, Pantalon Spiritista, Per te!, Aura (libretto per il melodramma musicato dal M° A. Zanella).
Narrativa:
Gli amici di Lucia (1892), Novelle e poemetti (1895), Dalla vita: novelle (1898), Racconti di Natale (1908), Il ritorno (1909), Novelle e poemetti (1910), La risorta: dramma in un atto (1913), Faustina Bon: Romanzo teatrale, fantastico (1913), Bimbi di Trieste (scene dal vero, 1916),
Vita triestina avanti e durante la guerra (1916), Ricordi triestini (1919), Allieve di quarta: il cuore delle bambine (1922), Le quasi artiste (novelle, 1925), Sorelle (1926), Vita di Doretta Cisano (1933), Il libro della mamma e del bambino: volume dedicato alle madri d'Italia (1934, illustrato da Moscheni), Rime di Trieste e di una vita (1935).
JOLANDA (1864 - 1917)

Maria Majocchi nasca a Cento (Bologna)
il 23 aprile 1864 da Antonio (1831-1907) e Lavinia Agnoletti (1839-1911), donna di cultura, amante della musica, e che tiene un salotto. La famiglia è antica, colta e prestigiosa, e tuttavia non si trova più in floride condizioni economiche. Il padre Antonio, moderato liberale, laureato in legge all'Università di Bologna, è consigliere comunale e per un certo periodo Sindaco di Cento. Tre sono le figlie: Gabriella (1867-1941), Clementina Laura (1866-1945) e Maria. Vengono istruite in casa, come usa all'epoca (anche perchè v'era una fornitissima biblioteca avita, ricca di incunaboli), ma in maniera sistematica e con un ottimo indirizzo artistico e musicale. Le viene dato un precettore di italiano tre volte la settimana e una maestra di lavoro. All'uscita dei primi numeri di Cordelia del De Gubernatis (di cui Maria diverrà reponsabile nel 1911 dopo Ida Baccini), il padre stesso la spinge a scrivere al giornale, tanto che un suo raccontino firmato "Margheritina" esce sul numero 15 (12/2/1882) per la rubrica "palestra delle giovinette". Chiamata a collaborare al periodico, si firma Jolanda, in onore di Giuseppe Giacosa. Sposa l'8 dicembre 1884 il marchese Ferdinando Plattis, ma questi muore prematuramente il 5 maggio 1893 dopo breve malattia (come del resto il fratello). Sola con il figlio Giovanni Battista (Gino), e in una certa necessità finanziaria, inizia a scrivere anche per mantenersi, ma il suo lavoro è sinceramente pervaso della passione dell'educatrice, soprattutto quando, direttrice di Cordelia, si rivolge alle giovanette; tuttavia è l'unica, nel panorama delle Autrici di questa pagina, che non scrive anche libri per bambini ma solo romanzi per adulti (adulte). Salvo brevi periodi nella villa di campagna detta La Giovannina, costruita ai primi del Cinquecento dai Bentivoglio e al tempo di proprietà dei marchesi Plattis, trascorre tutta la vita a Cento, dove muore l'8 agosto 1917.

TITOLI

Iride (1893),
Il libro dei miraggi (1894), Dal mio verziere (saggi, 1896), Nel paese delle Chimere (1897), Le Tre Marie (1898), La rivincita (1899), Sotto il paralume color di rosa (1900), Alle soglie d'eternità (1902), Le indimenticabili (1905), Dopo il sogno (1906), Lettere a Lydia (1908), Le ultime vestali (1908), Il crisantemo rosa (1908), Accanto all'amore (1909), Prato fiorito (1911), La perla (1916). Inoltre: Amore silenzioso (novelle, 1908), poemetti e fantasie (1918), Eva Regina (famosissimo manuale per signore, 1907).



Jolanda
(Marchesa Maria Majocchi Plattis)




CORDELIA
LIALA (1897 - 1995)

Amalia Liana Negretti Odescalchi nasce a Carate Lario sul lago di Como il 4 marzo 1897; sposa giovanissima Pompeo Cambiasi, a lei maggiore di parecchi anni, dal quale avrà due figlie, Primavera e Serenella. Il matrimonio non è felice e Liana si innamora di un ufficiale pilota, il marchese Vittorio Centurione Scotto (1900-1926), che però muore tragicamente inabissandosi nel lago di Varese con proprio idrovolante (era nella squadra di Italo Balbo). Da questa tragedia scaturiranno i melodrammi della scrittrice, che vedrà nella figura dell'aviatore (un cliché dei suoi eroi) il suo amore perduto. E' D'Annunzio a suggerirle di cambiare il nome in Liala, "perchè ci sia sempre un'ala nel tuo nome". Non ci voleva altro per lanciarla. Il primo romanzo esce nel 1931, Signorsì, ed ha un immediato enorme successo. Stabilitasi a Venegano, vicino a Varese, trascorre l'esistenza scrivendo più di un centinaio di romanzi. Muore il 15 aprile 1995. Nel 2007 la figlia Primavera ha curato l'edizione dell'ultimo romanzo di Liala, rimasto incompiuto nel 1972 a causa dell'improvvisa cecità della scrittrice, uscito con il titolo Con Beryl, perdutamente. I titoli di Liala sono continuamente ristampati e godono di altissime tirature.

TITOLI

L'ora placida (1933)
L'arco nel cielo (1934)
Fiaccanuvole (1935)
Peregrino del ciel... (1937)

Brigata di ali (1937)
Sotto le stelle (1940)
Il tempo dell'aurora (1941)
Farandola di cuori (1938)

Donna Delizia (1940)
....




Liala
(Amalia Negretti Odescalchi)


LUANTO, REGINA DI (1862 - 1914)

Anna Guendalina Lipperini nasce a Bologna nel 1862; passa dei periodi a Firenze e a Milano. Sposa il conte fiorentino Alberto Roti e dal nome Guendalina Roti trae l'anagramma Regina di Luanto. Nella vita si fa chiamare semplicemente Anna Roti. Si separa presto poichè il suo atteggiamento libero contrasta con la tradizione della famiglia. Collabora a riviste letterarie, compresa La Donna di Torino, sulla quale scrivevano un po' tutte queste autrici di feuilleton a cavallo del secolo. Esordisce nel 1890 con Acque forti, e suscita l'attenzione della critica (Cecchi) e in seguito pubblica nella "Biblioteca Romantica Italiana" della casa editrice Roux di Torino; nelle numerose opere analizza il conflitto tra desiderio e ordine sociale, descrivendo quell'ambiente dell'alta società da lei frequentato tra Firenze e Roma con occhio sensibile e anticonformista. Muore a Milano nel 1914.

TITOLI

Acque forti (1890), Salamandra (1892), Ombra e luce (1893), La scuola di Linda (1894), Un martirio (1894), Libera! (1895), Tocchi di penna (1898), Gli agonizzanti (1900), La servetta (1901), Il nuovissimo amore (1903), Per il lusso (1912), Le virtuose (1912).




Regina di Luanto
(Contessa Anna Roti)


NEGRI, ADA (1870 - 1945)

Nasce a Lodi il 3 febbraio 1870 da Giuseppe e Vittoria Cornalba, nel palazzo Barni-Cingia dove la nonna fa la custode ed è stata cameriera della cantante Giuditta Grisi sposata al conte Barni. Orfana di padre, la madre compie sforzi immensi per poterla mandare a scuola. E' maestra nelle scuole medie di Motta Visconti ma scrive anche su giornali e riviste. Esordisce con un volume di poesie, Fatalità (1892), che hanno un grande successo, tanto che le viene attribuito dal Ministro dell'Istruzione pubblica il titolo di docente ad honorem in un istituto superiore di Milano. Qui si lega di amicizia con Ettore Patrizi con il quale si fidanza nel 1893, ma lui parte per l'America e tra i due vi sarà solo una corrispondenza lunga di anni (dal 1893 al 1896, e dal 1914 al 1941). Frequenta l'ambiente socialista e conosce Filippo Turati, Benito Mussolini e Anna Kuliscioff. Nel 1894 vince il "Premio Giannina Milli" per la poesia. La sua poetica si volge ai temi sociali, tanto da farla definire "la poetessa del Quarto Stato" (un po' come la Sperani negli stessi anni e sempre a Milano fa con la narrativa).
Del resto la Negri si interessa al sociale attivamente, battendosi a favore dei poveri (è co-fondatrice dell'Unione Femminile, e pronuncia il discorso inaugurale dell'Asilo Mariuccia nel 1902). Nel 1896 sposa Giovanni Garlanda, dal quale ha due figlie, Bianca e Vittoria, quest'ultima morta in fasce. Il matrimonio non regge più, e la separazione avviene nel 1913, dopo di che la Negri passa un lungo periodo a Zurigo prima di rientrare definitivamente a Milano allo scoppio della guerra. Le sue vicende personali inevitabilmente influenzano le sue opere, soprattutto nella narrativa, ma anche Il libro di Mara (in morte di un amante) è autobiografico; alla sua uscita nel 1919 Gino Rocca la definisce "la più nostra e la più moderna fra le scrittrici d'Italia". Nel 1931 fu insignita del "Premio Mussolini" per la carriera. Muore a Milano l'11 gennaio 1945.

TITOLI

Poesia:
Fatalità (1892), Tempeste (1894), Maternità (1906), Dal profondo (1910), Esilio (1914), Orazioni (1918), Il libro di Mara (1919), I canti dell'isola (1925), Vespertina (1930), Il dono (1936)
Narrativa:
Le solitarie (novelle, 1917), Stella Mattutina (1921),
Finestre alte (1923), Le strade (1926), Sorelle (1929), Di giorno in giorno (1936), Erba sul sagrato (1939).


Ada Negri
PROSPERI, CAROLA (1883 - 1975)

Nasce a Torino nel 1883; diplomata, insegnante elementare, collabora al Corriere dei Piccoli, alla Stampa di Torino di cui è caporedattore il marito, è pubblicista della rivista La Donna. Pubblica le prime novelle nel 1905 e si afferma con La paura d'amare, che vince il Premio Rovetta. Gode dell'apprezzamento di critici come Borgese e Cecchi per una vena intimista del quotidiano e del privato, soffuso di sottile alienazione. Frequenta l'ambiente letterario dell'epoca, è amica della Guglielminetti e apprezza molto l'Aleramo. Ella stessa viene lodata da Guido Gozzano. E' assai longeva, e ciò le permette in tarda età di redigere con conoscenza di causa e memorie di prima mano alcune biografie di donne celebri (Le grandi enigmatiche). Pubblica anche Un ricordo di Guido Gozzano.

TITOLI

La profezia (novelle, 1909), La paura d'amare (1911), Il cuore in gioco (1911), La nemica dei sogni (1914), L'estranea (1915), Vocazioni (1919), La casa meravigliosa (1920), Tormenti (1921), La felicità in gabbia (1921), L'amore di un'altra (1922), Una storia appena cominciata (1923), Tempesta intorno a Lyda (1931), Agnese, amante ingenua (1934), Il secondo amore (1934), La donna forte (1935), Amanti nel labirinto (1937), Rose bianche (1938), L'indifesa (1940), La maschera d'amore (1941), La sua sconosciuta (1941), Incomprensibile cuore (1942), Regina di cuori (1943), Graziella (1943), Ho guardato nel tuo cuore (1943), Qualcuno ti attende (1944), (La colpa segreta, 1947), ed altri nel dopoguerra.
Per l'infanzia:
Attraverso un velo, Il naso rivelatore, Il Natale di Clarina, Il piccolo sonatore ambulante, La catenella d'oro, Lontano, Un'eredità (1899); Che bel viaggio!, Il minuetto di Lulù, Le avventure di Carboncino (1910); Tre fiabe (1912), La storia dell'ochina nera (1918), Storia del cavalier Grifù che una volta c'era e adesso non c'è più (1920), Il più felice bambino del mondo (1921), Reucci e fatine al chiaro di luna (1923), Codaditopo (1930).



Carola Prosperi in una foto giovanile e, a ds., nel 1938
SAN GIUSTO, LUIGI DI (1865 - 1936)

Luigia Gervasio nasce a Trieste il 4 febbraio 1865 da Luigi e Anna Kumar; frequenta l'Istituto Magistrale, e subito si mette ad insegnare. Sposa Vito Macina in Puglia, dove insegna per un po', poi viene trasferita a Torino. Nel 1888 vince un concorso indetto dalla Gazzetta del Popolo con due romanzi, Due donne e Il segreto di Donna Graziella. E' madre di tre figli, morti tutti in giovane età. Collabora a riviste e giornali con articoli di ogni genere, dalla critica letteraria e teatrale alla politica. Collabora anche al Giornalino della Domenica di Vamba. E' poetessa e narratrice, ma tiene anche conferenze e legge in pubblico. Si narra che una volta a Roma fosse applaudita persino da Goethe. Dalla sua professione apprende lo studio dei caratteri giovanili, che spesso traccia nei suoi romanzi. Ha una conversazione brillante per cui viene apprezzata nei salotti e nei circoli letterari. Lei stessa tiene salotto, dove riceve fra gli altri Gozzano e la Guglielminetti. E' un peccato che si abbiano di lei solo fotografie in bianco e nero, poichè era dotata di una splendida capigliatura fiammeggiante. Scrive su giornali e riviste e propone la creazione di una associazione femminile di giornaliste a tutela della categoria, dal momento che all'epoca i giornalisti maschi non riconoscevano le giornaliste femmine come colleghe ma solo come scrittrici (è un problema che dovette affrontare anche la Serao) ma viene inesorabilmente bocciata. Tuttavia la sua voce si fa sentire: è volitiva di carattere, professa un vero scetticismo, è femminista. Nel 1901 pubblica il romanzo Fede, dedicato alla Serao, e nel 1905 cura le Memorie di Linda Murri, a seguito del noto fatto di cronaca bolognese di cui tutta Italia parlerà per anni e decenni. Traduce testi per l'infanzia, ma anche la Storia di Roma del Mommsen, Elegie e Viaggio in Italia di Goethe. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale è interventista e all'avvento del Fascismo sposa con entusiasmo la nuova politica (diversi sono i libri di lettura per le scuole dove professa l'uno e l'altra). Muore nel 1936.

TITOLI

Un vinto (1894), Nennella (1895), L'errore (1896), La maestra bella (1901), Fede (1901), Un naufragio nella vita (1908), La bella dormente nel bosco (1908), Gaspara Stampa (saggio biografico, 1909), Storia d'una famiglia ebrea durante il primo anno della Guerra Mondiale (1926), Sette fontane (novelle e versi).



Luigi di San Giusto

SERAO, MATILDE (1856 - 1927)

Il giudizio della critica dell'epoca è a lungo falsato dalla severa opinione di Renato Serra, che la relega più al ruolo di giornalista che di romanziera. Eppure è proprio al giornalismo che la Serao si dedica per tutta la vita, affermando: "Dal primo giorno che ho scritto, io non ho mai voluto né saputo essere altro che una fedele e umile cronista della mia memoria". Ma ha anche degli estimatori di tutto rispetto: Benedetto Croce, che in un saggio del 1903 le riconosce una " fantasia mirabilmente limpida e viva", il Momigliano, e il Carducci che la giudica "la più forte prosatrice d'Italia". D'Annunzio le dedica un romanzo. Paul Bourget scrive la prefazione alla traduzione francese de Il paese di cuccagna e le invia tramite le pagine de L'Illustrazione Italiana infocati complimenti. Tuttavia ciò non basta. Nel 1926 la candidata a rappresentare l'Italia al Nobel per la letteraturaura è Grazia Deledda (che poi vince) ma ciò fa infuriare grandemente la Serao, che ambiva a quell'onore. Una rivalutazione si ha a posteriori, dove Matilde Serao, Grazia Deledda e Neera vengono considerata le "tre grandi scrittrici" del verismo e del naturalismo italiano, per quanto la Serao il verismo a un certo punto lo lascia per virare al feuilleton; di più, dopo un viaggio in Terra Santa, nei romanzi dove si indaga sulle passioni fa emergere l'assioma del cristianesimo per il quale il peccato porta sempre con sé la punizione (citiamo solo Addio amore!, Castigo, Dopo il perdono, Evviva la vita!, Ella non rispose); infine la Serao non è indenne dal gusto tipico della Belle Epoque dei salotti e dei pettegolezzi.





Matilde Serao nello studio della sua casa di Napoli


Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio


Eleonora Taglioni, figlia di Matilde Serao

TARTUFARI, CLARICE (1868 - 1933)

Nasce a Roma il 14 febbraio 1868 da Giulio Gouzy e dalla contessa Maria Luisa Servici; a tre anni rimane orfana di entrambi i genitori e viene allevata dal nonno materno, in campagna in provincia di Pesaro. Per la sua istruzione si reca a casa un frate, due volte la settimana. A 12 anni viene condotta in città, dove non sopporta la limitazione di libertà che la vita cittadina comporta. Giovanissima, si sposa e si stabilisce a Roma. Debutta dapprima con la poesia (Versi, 1894 e Vespri di maggio, 1896) e poi con il teatro, con risultati non eccelsi; in genere la sua produzione è più apprezzata in Germania che in patria. Nel 1909 esce Il miracolo, un romanzo, e nella narrativa ha più fortuna; viene persino apprezzata da Benedetto Croce e gode di buone recensioni di Luigi Russo. Muore a Bagnore di Monte Amiata (Grosseto) il 2 settembre 1933.

TITOLI

Roveto ardente (1905), Il volo d'Icaro (1908), Fungaia (1908), Il miracolo (1909), Eterne leggi (1911), Il giardino incantato (1912), L'albero della morte (1912), All'uscita dal labirinto (1914), Quello che paga (a puntate sull'Illustrazione Italiana, 1915), Rete d'acciao (1919), Il dio nero (1921), Il mare e la vela (1924), La nave degli eroi (1927), lampade nel sacrario (1929), L'imperatrice dei cinque re (1931), Ti porto via! (1933).




Clarice Tartufari

TERESAH (1884 - 1964)

Corinna Teresa Ubertis nasce a Frassineto presso Firenze il 25 luglio 1884 da Giuseppe e Bianca Trolli. Il padre è militare di carriera e questo spiega la nascita in un luogo diverso da quello della residenza di famiglia, che è e rimarrà sempre Casale Monferrato in Piemonte. Collabora al Corriere della Sera e alle riviste La Donna e La Lettura e più tardi anche al Corriere dei Piccoli. Pubblica dapprima un volume di poesie con lo pseudonimo di Térésah, nel 1902 vince un concorso indetto da La Lettura con la novella Rigoletto, e dopo scrive regolarmente, anche pièces teatrali (Il Giudice viene messo in scena con gran successo da Ermete Zacconi nel 1903 al teatro Vittorio Alfieri di Genova); è anche traduttrice dal tedesco e dall'inglese. Il 14 dicembre 1912 sposa Ezio Maria Gray, anch'egli militare di carriera e autore a sua volta di saggi storico-politici nonchè appartenente al Regime con incarichi di prestigio; è anche un noto conferenziere; la coppia si trasferisce a Roma. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale Térésah è ovviamente interventista; all'epoca scrive racconti per l'infanzia e ne approfitta per fare propaganda (Piccoli eroi delle grandi guerre, 1915). Collabora a giornali, tiene conferenze. Muore a Roma il 2 ottobre 1964.

TITOLI:

Il libro de li eroi (versi, 1895), Titania (versi, 1908) e
Il libro di Titania (versi, 1909), Pare un sogno (Voghera, 1906, disegni di Castellucci, incisioni di Ballarini), Il corpo e l'ombra (novelle, 1910), I racconti della Foresta e del Mare (in collaborazione con Ezio Maria Gray, 1913), Il salotto verde (1913), La casa al sole (1917), Nelle case degli eroi: Cesare Battisti, Nazario Sauro (1918), Sergina o la virtù (1923), Dobbiamo vivere la nostra vita (1941).
Per ragazzi:
Rigoletto e altre novelle (1902), Storia di una coccarda (Bibliotechina Bemporad, 1911), I racconti di sorella Orsetta
(Bemporad, 1910, ill. Duilio Cambellotti), Come Orsetta incontrò fortuna (novelle, 1912), Ridibene e Quasibel: romanzo fantastico per bambini (Mondadori, 1922, ill. Bruno Angoletta), Il Natale di Benno Claus (1914), Piccoli eroi della grande guerra (1915), La Ghirlandetta (1915),
La Regina degli Usignoli (1915), Storie di una bambina belga (1916), L'omettino senza un quattrino (Mondadori, 1920, ill. Bruno Angoletta), Ombrone (Il fiume che piange e altre novelle, Bemporad 1926, ill. di Roberto Sgrilli), Balillino del suo papà una ne pensa cento ne fa (Bemporad, 1928, ill. di Roberto Sgrilli, musicato dal M° L. Ferrari).





Térésah (Corinna Gray Ubertis)

VERTUA GENTILE, ANNA (1845 - 1926)

Anna Vertua nasce a Dongo sul lago di Como il 30 maggio 1845 (*) ma vive poi molti anni tra Lodi e Codogno; esordisce giovanissima nel 1868 con Letture giovanili per fanciulle e pubblica incessantemente novelle, romanzi, racconti, commedie, raccolte di consigli per fanciulle e giovani spose. Sposa Iginio Gentile (morto nel 1893), professore di storia all'Università di Pavia, che le darà un figlio, Tullio, che muore prematuramente. Riceve incarichi di ispettrice scolastica e collabora a riviste per ragazzi. Purtroppo si sente l'intento moralistico e didattico (ad es. Letture educative per fanciulle, 1896, oppure Donnine di domani: nozioni di doveri e diritti per la IV classe elementare, 1907), per cui è ignorata dalla critica, sebbene ottenga un deciso successo tra il pubblico femminile. Le sue opere non sono mai genuine, a volte ricalcano i modelli di Carolina Invernizio, a volte quelli romantici. Collabora a Cordelia, frequenta l'ambiente letterario del suo tempo, è amica intima della marchesa Colombi, che scrive a sua volta sulla rivista milanese Natura ed Arte. Fonda il giornale La fanciullezza italiana. Famoso rimane Il romanzo di una signorina per bene (1897) dedicato alla sorella Antonietta. E' autrice di un famoso galateo, Come devo comportarmi (1890), e L'arte di farsi amare dal marito. Nel 1915 compone un Nuovo teatrino per le marionette, con alcune commediole da recitare in famiglia. Muore il 23 novembre 1926. Il Comune di Codogno (LO), dove è sepolta nella tomba di famiglia, ha istituito un "Premio Letterario Anna Vertua Gentile" giunto nel 2008 alla sesta edizione.

(*) Nella maggioranza delle biografie si dice 1850.

TITOLI

Come dettava il cuore (1878), Storia di una bambola (1883), Fra i monti (1884), Tonino (1885), Silvana (1886), Nora (1888), Fra i piccini (1889), In collegio (1890), Fra i campagnoli (1893), L'odio di Rita (1894), Cuor forte e cuor gentile (1898), Vittima del lavoro (1899), La potenza della bontà (1912), Albertina (1913), Voce dell'esperienza (1913), Fantasiosa (1914), Ida atrice (1914), Toni generoso (1914), Di sopra i tetti (1915), Giulietta e Silvia (1915), Bucaneve (1916), Angolo romito (1918), Il figlio della frana (1919), La casa della scogliera (1920), Castellaccio (1924), In cerca di fortuna (1928), Le due cugine (1930).



Anna Vertua Gentile nella fotografia
del necrologio apparso sull'Annuario Bemporad

VIVANTI, ANNIE (1868 - 1942)

Anne George Marion Vivanti nasce e a Londra; il padre Anselmo, garibaldino, è condannato a morte dall'esercito austriaco e vive l'esistenza degli esuli; la madre è tedesca di origine ebraica, Anna Lindau. Vive una fanciullezza inquieta, tra continui viaggi (Svizzera, Stati Uniti, Inghilterra). Esordisce in Inghilterra con lo pseudonimo di George Marion, in seguito è corrispondente per il Don Chisciotte di Roma. Infine arriva in Italia nel 1887, decisa ad intraprendere la carriera di attrice lirica, ma poi si limita all'insegnamento del canto e delle lingue straniere. Esordisce nelle belle lettere con una raccolta di poemi, Liriche (1890), che gode di una prefazione del Carducci, strappata dopo vari tentativi, dato che l'editore Treves aveva posto come condizione alla stampa proprio una presentazione del poeta. Tuttavia Carducci, trasgredendo al proprio principio che "preti e donne fossero negati per la poesia", ne viene conquistato. Inizia così la fortuna di Annie Vivanti: il poeta, già anziano, rimane affascinato dalla sua grazia e dalla sua giovinezza, ha con lei una fitta corrispondenza e la lancia nel mondo letterario, ma scrive anche per lei alcune delle sue migliori liriche. La presunta relazione tra i due fa scalpore. Nel 1892 Annie pubblica uno scapigliato romanzo autobiografico, Marion, artista di caffè concerto. Conosce il giornalista americano John Chartres, lo sposa e si trasferisce negli Stati Uniti da dove tuttavia mantiene una fitta corrispondenza col Carducci. Periodicamente torna in Italia, dove infine si stabilisce, ma viene perseguitata a causa della discendenza ebraica, per cui durante la Seconda Guerra Mondiale viene confinata ad Arezzo insieme ad altri cittadini inglesi; ma il dolore maggiore è la morte della figlia Vivien sotto un bombardamento a Londra (1941). In seguito torna a Torino ma muore poco dopo, in miseria, il 20 aprile 1942. Lascia alcuni romanzi dove la critica le riconosce un ideale femminino immediato e spontaneo, slegato da qualsisi modello letterario.

TITOLI

Marion, artista di caffè concerto (1891), I divoratori (1911), Circe (1912), L'invasore (1915), Vae victis! (1918), Zingaresca (1919), Le bocche inutili (1920), Naja tripudians (1920), Gioia! (1921), Fosca, sorella di Messalina (1922), Sua Altezza! (1923), Terra di Cleopatra (1925), Perdonate Eglantina (1926), Mea culpa (1927), Salvate lel nostre anime (1932).




Annie Vivanti con la figlia Vivien Chartres, celebre violinista

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Non vogliamo qui opinare sul valore letterario dell'una piuttosto che dell'altra autrice presentata, né giustificarci per avere omesso un gran numero di nominativi, poichè obiettivamente sono troppe le autrici a cavallo tra i secoli XIX e XX che meriterebbero di essere citate, come la Marchesa Colombi o anche Caterina Percoto che opera in un contesto sociale e temporale molto simile a quello di Tommasina Guidi; e nel periodo tra le due guerre Willy Dias o Pina Ballario; abbiamo solamente voluto ricordare alcune delle nostre scrittrici che hanno lasciato ai posteri una lunga serie di intramontabili feuilletons.
Queste scrittrici prima di tutto sono donne, e sono dotate sicuramente di una eccezionale forza di carattere per aver operato in tempi non facili per loro, dovendo farsi largo in un mondo dominato dalla cultura maschile e maschilista (e infatti molte di loro sono anche giornaliste e/o femministe); né abbiamo la presunzione di ritenere che le poche notizie biografiche siano esaustive, tutt'altro: per un'analisi più profonda di ciascuna autrice rimandiamo ai tantissimi testi, recenti e non, di critica letteraria che sono facilmente reperibili in libreria o in biblioteca.


FOTOGRAFIE:
Le fotografie marcate "copyrighted" in questa pagina sono
state gentilmente concesse da:
Fondo di Ricerca Storiografica Brandolini-Morgagni
- Sezione Archivio Fotografico e non sono riproducibili senza autorizzazione

TESTO:
©
copyright Elena Malaguti, maggio 2008

Willy Dias
(Fortunata Morpurgo Petronio)
1872-1956
Pina Ballario
Marchesa Colombi
(Maria Antonietta Torriani,
moglie del giornalista Eugenio
Torelli-Viollier direttore
del Corriere della Sera)
1846-1920


C'è un'altra famosissima "scrittrice" che scrittrice non è,
avendo lasciato solo alcune poesie di genere personale.
Ha avuto una vita degna di un feuilleton, e infatti la sua vita è stata raccontata in romanzi, biografie, e una serie di film che vengono continuamente riproposti al pubblico.
Era bellissima, e noi in redazione le siamo molto affezionati.
Corre l'obbligo, dunque, di dedicarle una pagina nel nostro sito:




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