biografie


ALESSANDRO MANZONI


Il padre e la madre

La madre del Manzoni (1), Giulia Beccaria, era figlia di Cesare Beccaria, autore di quel Dei delitti e delle pene, che dai suoi contemporanei fu letto e osannato, tanto che il Beccaria era all'epoca l'autore più noto della penisola, superando in fama anche il Parini e il Monti. Cesare Beccaria, figlio del marchese Giovanni Saverio Beccaria Bonesana e di donna Maria Visconti, sposò nel 1761 Teresa de' Blasco, che gli dette le figlie Giulia e Maria; rimasto vedovo nel 1774, si risposò con la contessina Anna Barnaba Barbò che gli dette il figlio Giulio.
Tanto il giovane Alessandro era superbo di quella discendenza, che volle far seguire il cognome Beccaria a quello di Manzoni nei documenti. Peraltro, egli era tutt'altro che snob: mai fu interessato al ripristino del titolo di conte, che gli sarebbe spettato se solo ne avesse fatto domanda al governo austriaco, che aveva offerto il riconoscimento dei vecchi titoli a coloro che ne avevano fatto domanda, e infatti non si curò di presentare i documenti relativi, lasciando cadere la questione. A chi gli domandava se fosse davvero conte, egli rispondeva: "Coloro che mi chiamano conte mostrano di non aver letto tutte le mie opere […] Io sono Alessando Manzoni, e nient'altro." Un diverso tipo di coscienza di sé.
In realtà la famiglia Manzoni nobile lo era. Nel 1770 il Re Carlo Emanuele III concesse l'investitura del feudo di Moncucco nel novarese ad un Alessandro Manzoni (i nomi dei primogeniti erano sempre Alessandro e Pietro, alternati), feudo che già apparteneva alla famiglia, vassalla prima del Re di Spagna, poi degli Austriaci, e infine, dopo la pace di Aquisgrana, dei Savoia. L'investitura fu confermata poi da Vittorio Amedeo III a Pietro, padre del Nostro.
Curiosità: Pietro Manzoni aveva undici tra fratelli e sorelle.
Anche la famiglia Beccaria era nobile e ricca, godette infati della signoria di Pavia e di una vasta zona oltre il fiume Ticino. Al tempo del matrimonio tra Pietro (già vedovo di una prima moglie, Margherita) e Giulia, i latifondi erano persi ma titoli e ricchezze restavano. Il matrimonio fu combinato dal conte Pietro Verri e celebrato il 20 settembre 1784 nella cappella privata di Palazzo Beccaria, sito in via Brera all'attuale n.6: uno splendido indirizzo. Lo sposo aveva 46 anni e la sposa appena venti, e dunque fa poca meraviglia se il matrimonio ebbe esito infelice, lui ritroso e casalingo, lei vivace e frequentatrice del bel mondo.

Fin qui ciò che si legge nelle biografie ufficiali. Tuttavia qualche anno fa sono emersi dei documenti (2) che raccontano tutta un'altra storia, fatta di volgari insinuazioni che attribuiscono paternità diverse. Negli anni tra il 1830 e il 1840 Alessandro Manzoni ebbe come confessore il parroco della chiesa di San Fedele, don Giulio Ratti, lontano parente di Pio IX, che aveva un fratello spretato e sedicente medico, Innocenzo Ratti, il quale annotava in un suo diario tutti i pettegolezzi uditi in giro, e le confidenze del fratello, facendone un tomo chiamato pomposamente "memorie". Alcuni critici vi danno fede, e pertanto riporteremo in sintesi quanto in esse contenuto: la moglie del Beccaria, Teresa de' Blasco, donna di straordinaria bellezza, morta a soli 29 anni di sifilide, era dissoluta; nel suo letto si era infilato molto presto Pietro Verri, dal quale aveva avuto Giulia; Pietro Manzoni, detto dal Ratti impotente, venne ben presto cornificato da Giulia, che ebbe numerosi amanti, il primo dei quali fu Giovanni Verri, il più giovane dei numerosi fratelli di Pietro, e dunque suo zio, dal quale ebbe appunto Alessandro. Dubitiamo che Alessandro Manzoni sapesse per certo di queste paternità attribuite, tanto dal confessarle a Don Ratti, il quale le avrebbe raccontate al fratello... dubitiamo pure che un padre spirituale riporti a chicchessia quanto udito dai fedeli, pur se al di fuori del segreto confessionale. Viene detto anche che Alessandro Manzoni ignorasse il vero rapporto tra la madre e Carlo Imbonati, rivelatogli addirittura nel 1827, e che la rivelazione fu una tale sorpresa che eliminò dalle Opere varie il carme "In morte di Carlo Imbonati" da lui composto da ragazzo. Se è vero che nella Milano salottiera circolava l'epigramma "con quel corno che Giulia fea a Pietro Manzoni / piovvero ad ella un sacco di soldoni", è pur vero che Carlo Imbonati e Giulia tennero la loro relazione a Parigi, lontano da Milano, quando lei si era già separata legalmente dal marito (con atto del 13 febbraio 1792). Aggiungiamo che Carlo Imbonati, morto nel 1805, lasciò a Giulia tutti i suoi beni, come fosse sua moglie, inclusa quella villa di Brusuglio dove in seguito soggiornò a lungo anche il Nostro, evidentemente riconciliatosi con l'idea che la madre e l'Imbonati avessero avuto una relazione; questa infatti doveva essergli ben nota, poichè la madre lo richiamava sovente presso di sé a Parigi, dove abitarono insieme in forma continuativa dopo che essa rimase sola; inoltre egli stesso in quegli anni giovanili condivideva tutto lo spirito ateo e libertario francese del dopo-rivoluzione, e frequentava Claude Fauriel, che a lungo fu un suo punto di riferimento, il quale era convivente di Sophie de Grouchy, vedova del Condorcet. Dunque le convivenze non dovevano scandalizzarlo tanto.
E' un dato di fatto, tuttavia, che Manzoni non fu mai legato al padre, mentre adorava la madre, che visse sempre insieme con lui; nel 1807 essi si trovavano a Genova quando vennero informati che Pietro, malato, desiderava rivedere il figlio: giunti a Brusuglio seppero ch'era morto, e ripartirono senza nemmeno entrare in paese. Alessandro Manzoni vendette nel 1818 i possessi paterni nel lecchese, compreso il palazzetto chiamato "Caleotto" dov'era anche la cappella di famiglia con la tomba di Pietro Manzoni, ma lo fece con sofferenza, e al nuovo proprietario, tal ingegnere Scola, che gli offriva di dimorar al Caleotto quanto volesse, rispose "Io non verrò mai più in quei luoghi, se vi ritornassi, non vi farei che piangere tutto il giorno." Frase che si presta a più di una interpretazione.

Primi anni


Stabiliti Pietro e Giulia in una vasta casa di via San Damiano, nei pressi del Naviglio Grande (oggi via Visconti di Modrone), colà nacque il giorno 8 marzo 1785 Alessandro Francesco Tommaso Antonio. Padrino di battesimo fu il marchese Francesco Arrigone.
A sei anni fu mandato a scuola dai Padri Somaschi, prima nel collegio di Merate, poi in quello di Lugano, dove fu allievo di P. Francesco Soave. Nel 1798 Pietro fu costretto a richiamare il figliolo in patria, che in quel momento era la Repubblica Cisalpina, e lo mise a convitto dai Padri Barnabiti a Castellazzo de' Bardi, dove l'anno seguente potè testimoniare la ritirata delle truppe francesi dinanzi agli eserciti della seconda coalizione capeggiata dall'impero russo e da quello austriaco (al che Napoleone, rientrato dall'Egitto, si affrettò a riprendere il controllo della Lombardia vincendo la battaglia di Marengo).
Infine terminò gli studi a Milano, nel collegio Longone, che lasciò nel 1801. Nel 1803 fu per qualche tempo in visita a Venezia, dove venne preso da subitanea ammirazione per una gentildonna di cui non ci è stato tramandato il nome, alla quale chiese di sposarlo; sembra che la gentildonna gli abbia risposto: "Alla vostra età si va a scuola e non si fa all'amore".


Le miniature di A. Manzoni
ed Enrichetta Blondel
eseguite per il matrimonio

La famiglia


Dopo qualche anno, il 6 febbraio 1808, Alessandro sposò una giovanissima fanciulla, Enrichetta Blondel, di fede evangelica, figlia di Francesco Luigi e Maria Mariton, di origine svizzera e trasferiti nel bergamasco dove avevano impiantato delle filande. A Milano abitarono per pochi mesi in via del Marino, in una casa acquistata dall'Imbonati.
La coppia si stabilì poi a Parigi, in Boulevard des Bains Chinois al n°22, dove nel dicembre dello stesso anno nacque la primogenita di una lunga sequela di figli, Giulia Maria Claudia Genoveffa, detta Giulietta (3). Per essere battezzata, si dovette chiedere di celebrare nuovamente il matrimonio con rito cattolico, il che avvenne l'anno seguente. Questo fatto venne visto in seguito dalla critica come il primo passo verso la 'conversione' del Manzoni (attribuita addirittura ad un miracolo), il quale a questo proposito tenne sempre un signorile silenzio e a nessuno, nemmeno ai familiari, disse mai come andarono le cose. Ma anche Enrichetta si convertì al cattolicesimo, e fece solenne abiura sottoscrivendo al contempo professione di fede nella chiesa di Saint-Sévérin, a Parigi, nel 1810. Dopo la nascita della seconda figlia, Luigia Maria Vittorina, morta lo stesso giorno, tornarono a Milano, anzi si raccolsero nella villa di Brusuglio, ma poi cercarono casa in quella che era allora la città cosmopolita più interessante della penisola. Fino allora infatti soggiornavano in casa Beccaria nelle loro temporanee scappate, e per quasi due anni avevano preso a pigione una casa in via S. Vito al Carrobbio. La casa che acquistarono fu quella di via Morone, all'angolo di piazza Belgiojoso, dove il Manzoni terminò i suoi giorni. Vi si trasferirono sul finire del 1813.
Risale attorno al 1823 il ritratto dell'intera famiglia Manzoni ad opera di Teresa Bisi. Anni dopo il figlio della seconda moglie del Nostro, Stefano Stampa, riprodusse il quadro in un dagherrotipo, sul retro del quale vennero precisati l'età e i colori di occhi e capelli di ciascuno, su indicazione dello stesso Manzoni.


Il pastello con i coniugi Manzoni e figli eseguito da Teresa Bisi.
Fila in alto, da sin: Enrichetta Blondel, Alessandro Manzoni, Giulia Beccaria.
Fila al centro, da sin: Cristina, Pietro, Giulia.
Fila in basso, da sin: Vittoria, Clara, Enrico, Sofia.
Nella descrizione fatta dal padre i figli hanno i capelli biondo-rosso e gli occhi verdi o cerulei,
tranne Cristina, scura di occhi e capelli.

Le opere

Dopo Gli Inni Sacri, composti tra il 1812 e il 1822, tra brevi viaggi a Parigi e difficoltà con il governo austriaco a causa della sua vicinanza al Conciliatore, Manzoni iniziò a scrivere le prime tragedie; tra queste, Il Conte di Carmagnola venne addirittura elogiato da Goethe con una lettera del 1821. Un anno molto particolare, il 1921. A fine anno completò l'Adelchi, ma a maggio la morte di Napoleone gli aveva ispirato Il Cinque Maggio, un'ode tra le più amate di tutta la letteratura italiana. Egli stesso disse di averla concepita in soli tre giorni, assai scosso dal'avvenimento. Lui, Napoleone, l'aveva veduto da vicino. Era accaduto molti anni prima, precisamente nel giugno del 1800, ad una serata di gala in onore di Napoleone, allora Primo Console, tenutasi al teatro alla Scala. Gli occhi l'avevano colpito, tanto che già allora nella sua mente quegli sguardi erano i 'rai fulminei'. Tuttavia l'ode fu tenuta sottochiave fino all'anno 1840.
La data del 24 aprile 1821, vergata sul primo foglio manoscritto, segna la data di inizio della gestazione de I Promessi Sposi, che furono pubblicati dall'editore Vincenzo Ferrario, in tre volumi datati 1825 i primi due e 1826 il terzo, tirati in duemila copie in carta comune e pochissime in carta velina. Curiosità: i tomi avevano una grossa copertina in carta a mano, col titolo stampato al piatto, come si usa oggi. Ma la prima edizione, si sa, è assai diversa dall'ultima. Nel 1827 l'intera famiglia, compresi i figli tranne Filippo che rimase a balia, e cinque domestici, si stabilirono in Toscana, in parte per l'esigenza del Manzoni di ricercare la lingua pura, in parte perché le condizioni di salute di Enrichetta consigliavano un clima più mite e l'aria marina (la poveretta per un certo tempo perse anche la vista quasi completamente).
Il preciso racconto del viaggio è tuttora reperibile nelle lettere scritte dalla primogenita Giulietta al cugino Giacomo Beccaria. La comitiva fece sosta a Genova per una ventina di giorni, arrivò a Livorno, dove rimase altri venti giorni, e finalmente arrivò a Firenze. Tanto ci si metteva all'epoca per fare un viaggetto di trasferimento.
Manzoni si aspettava molto dal contatto con il Vieusseux e il suo noto Gabinetto, ed infatti non fu deluso; tra le varie personalità letterarie, trovò Gaetano Cioni che gli fu prezioso collaboratore. A Firenze il Nostro soggiornò dall'agosto all'inizio di ottobre. Della lunga gestazione del testo de I Promessi Sposi e della "risciacquata in Arno" qui non parleremo, poiché vi sono ben altri colti luoghi dove discuterne. Volendo, vi sono luoghi meno colti e più inclini al pettegolezzo dove informarsi, come i ricordi risorgimentali di Raffaello Barbiera, che dichiara come il Manzoni recasse con sé da Firenze una donna, tale Emilia Luti, che doveva parlargli nella purissima lingua fiorentina e correggere i dialettismi milanesi (ricordiamo perlatro che tutti a quell'epoca, nobili compresi, parlavano il dialetto milanese) ma fu ingannato perchè la fiorentina non era una persona colta, bensì una "portinaia".

Nell'aprile del 1831 Massimo Taparelli, marchese D'Azeglio, si presentò al Manzoni chiedendogli senza mezzi termini di poter sposare Giulietta, peraltro mai veduta, di cui aveva "sentito dir tanto bene". Dapprima Giulietta disse no, poi sì, e infine il matrimonio venne celebrato sul finire dell'anno seguente.
La coppia si stabilì in via del Marino, in casa Blondel, assai vicino a casa Manzoni, con la quale assai amichevoli erano le frequentazioni. Tanto amichevoli, che D'Azeglio sottopose al suocero le bozze dell'Ettore Fieramosca, ed il Nostro, senza alcun imbarazzo, disse che il finale non gli garbava e glielo riscrisse.
E
nrichetta, che godeva di pessima salute, passava lunghi periodi o nella villa di Brusuglio o nel castello dei D'Azeglio a Genova, ma la fine arrivò la notte di Natale del 1833. Venne seppellita a Brusuglio. Ben presto il dolore venne superato dalla necessità, e Manzoni convolò a seconde nozze il 2 gennaio 1837 con donna Teresa Borri, agiata vedova del conte Decio Stampa, su suggerimento di Tommaso Grossi, che viveva all'epoca in casa Manzoni. Teresa portò con sé il figlio Stefano (1819-1907) che andava magnificamente d'accordo col Manzoni. In cambio ascoltava piamente quando il Manzoni le parlava dell'amata Enrichetta.
Frattanto alcune vicende giudiziarie legate alle contraffazioni e alle vendite non autorizzate di copie de I Promessi Sposi pubblicati al di fuori del Lombardo-Veneto spinsero il Nostro alla realizzazione di un'edizione di lusso illustrata, non solo, ma ad assumerne anche l'edizione. Per le illustrazioni si rivolse a Francesco Hayez, ma i due disegni xilografati dal parigino Lacoste non piacquero; anche il pittore Boulanger venne scartato, finché venne scelto Francesco Gonin, un giovane pittore torinese, presentato da Massimo D'Azeglio.
Nel 1840 il lavoro era già a buon punto, l'incisore Sacchi aveva fatto venire appositamente da Parigi ben tre incisori, ai quali se ne aggiunsero altri due. Il Nostro seguiva passo passo e molto accuratamente tutto il lavoro. Finalmente le prime dispense apparvero, e nel giro di due anni la pubblicazione venne terminata. La Storia della colonna infame, che nella prima edizione era un'appendice al tomo IV, nell'edizione del 1840-42 viene aggiunta come "opuscolo in fine del volume".
Tuttavia Manzoni ebbe delle difficoltà a causa dell'alto costo da lui sostenuto per ottenere una stampa impeccabile, e il ricavato delle sottoscrizioni non riuscì a coprire le spese. Nel 1843 Manzoni dovette riconoscere il fallimento della sua speculazione editoriale, dato che metà delle copie della tiratura erano rimaste invendute. Lasciò quindi al figlio Pietro l'incarico di liquidare le pendenze. Questi si accorse che l'editore Guglielmini non aveva ottemperato correttamente al contratto, e la vicenda finì davanti al magistrato nel 1845. Nello stesso anno Manzoni affidò a Redaelli l'incarico permanente di tutte le sue opere.
Nel 1845 intentò a Felice Le Monnier una celebre (e lunga) causa poichè questi aveva stampato senza autorizzazione I Promessi Sposi nella versione del 1827, contravvenendo alla convenzione tra i vari stati italiani sul diritto d'Autore, istituita nel 1840. Manzoni vinse la causa ed ebbe un notevole risarcimento.

Ultimi anni

Nel 1848, anno della rivolta milanese contro gli Austriaci, il figlio Filippo fu preso prigioniero sulle barricate durante le Cinque Giornate. L'intera famiglia si ritirò in seguito nella villa di Lesa, sul Lago Maggiore, villa che apparteneva a Teresa, la quale, dopo una penosa malattia, morì il 23 agosto 1861. Teresa aveva avuto nel 1845 una curiosa vicenda: le si era gonfiato il ventre e stava malissimo, per cui i medici le avevano diagnosticato un brutto male, finchè dopo alcuni mesi la poveretta si era sgravata di due gemelline, immediatamente decedute. Da quel momento essa non si era mai più ripresa dallo choc, e, da ipocondriaca che era, andò sempre peggiorando.

Nel 1858 Manzoni soffrì di una grave malattia, e in quell'occasione vi fu un andirivieni di varie personalità che andavan a prender notizie. Anche l'arciduca Massimiliano, all'epoca Governatore di Milano, si recò a chiedere sue notizie, ma il Nostro non lo volle ricevere. Nel gennaio 1857 l'Imperatore Francesco Giuseppe era andato a Milano in visita con la moglie Elisabetta di Baviera, dopo aver concesso un'amnistia generale, cercando di pacificare la popolazione sempre in rivolta, ma era stato accolto gelidamente (4). Aveva inviato allora il fratello, colto e cavalleresco, sperando che conquistasse con i suoi modi cortesi e le molte iniziative la nobiltà milanese, che invece fomentava e capeggiave le rivolte. Finalmente era morto il maresciallo Radetzky, ma il sostituto, feldmaresciallo Giulay, riceveva istruzioni da Vienna del tutto opposte a quanto propugnato dall'arciduca, il quale disconosceva le violenze e il regime terroristico tenuto finora dall'Austria. Francesco Giuseppe, infatti, temeva che Massimiliano si facesse benvolere dai milanesi e arrivasse a cingere la corona di un regno Lombardo-Veneto autonomo. Ma ciò non fu, perchè Cavour si stava mettendo d'accordo con Napoleone III, ma soprattutto perchè i milanesi resistettero a tutto, a inviti, a onorificenze, al mecenatismo nei confronti degli artisti, ad ogni sorta di liberalità e cortesie: e Manzoni non lo ricevette.
Nel 1860 il Re Vittorio Emanuele conferì al Nostro la nomina a Senatore e in tale veste egli prese parte alla proclamazione del Regno d'Italia. Ricevette inoltre la commenda dell'Ordine di San Maurizio e una pensione di 12.000 lire annue; venne poi nominato Presidente onorario dell'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Ma a quest'epoca Manzoni era già parecchio sofferente nel fisico come nello spirito, poichè una sua nevrastenia lo teneva rinchiuso in casa, lontano dalla gente. In una lettera del 1860 indirizzata al poeta Emilio Broglio, a proposito della nomina a Senatore si esprime così: "Andare in Senato, anche per tacere, è già una grossa difficoltà per un uomo che da quarant'anni, a causa di attacchi nervosi, non osa mai uscir solo di casa sua. Perfino il rimanere in una sala, dove sieno radunate quaranta o cinquanta persone, parrà una caricatura, ma non c'è verso; la è un'impresa superiore alle mie forze; gli è tanto vero, che spesso mi accade, andando la domenica a messa, quando ci sia un po' di gente in chiesa, di non potermi superare e doverne uscire senz'altro..."
Il 21 maggio 1862 Garibaldi, reduce dalla conquista del mezzogiorno, veniva trionfalmente accolto a Milano. Quattro giorni dopo egli andò a visitare Alessandro Manzoni nel suo studio al pianterreno della casa di via Morone, portandogli in dono un mazzolino di violette. L'incontro venne immortalato dal de Albertis, e minuziosamente riportato dai giornali.



Massimiliano d'Asburgo
(1832-1867)

Giuseppe Garibaldi
da un ritratto
di Girolamo Induno

Garibaldi si reca in visita da Manzoni,
dipinto di Sebastiano de Albertis,
1863 (Museo di Milano)

Giuseppe Verdi
da un disegno
del Focosi (1845)

Pochi anni dopo avvenne un altro famoso incontro: quello tra Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi, i quali, pur senza essersi mai veduti, si stimavano vicendevolmente. Fu Clara Maffei, che teneva un famosissimo salotto letterario e, per un certo periodo, anche politico, a farli incontrare. Giuseppe Verdi era amicissimo della contessa, la quale era intima anche di Manzoni da lungo tempo, fin da quando egli, giovane, si recava a casa sua la sera a giocare a tressette, abitudine che perse con il tempo e con la sopravvenuta fede cristiana, ma non perse la piacevole compagnia della contessa, che si recava da lui tutte le domeniche dopo la messa. Nel maggio 1867, su richiesta di questa, vergò poche righe di dedica sotto un suo ritratto indirizzato a Verdi, che molto invidiava la moglie Giuseppina, buona amica di Clara Maffei, per esser stata presentata a Manzoni. Sicchè la contessa organizzò alfine il famoso e unico incontro tra i due grandi, che avvenne in casa Manzoni il 30 giugno 1868.
Alla morte del Manzoni, Verdi gli volle dedicare la sua Messa da Requiem, alla quale lavorava da anni. La Messa fu eseguita per la prima volta a Milano nel primo anniversario della morte del Manzoni.
Dopo la morte del Manzoni (22 maggio 1873) (5), fu il Senatore Pietro Brambilla che fece avere alla Biblioteca Braidense gli autografi, mentre la casa di via Morone fu venduta a privati. In qualche modo il Comune di Milano ne venne poi in possesso, adibendola a museo manzoniano. Al figlio Pietro Luigi il Manzoni lasciò per testamento tutti i manoscritti, i libri, e i ritratti.

I Promessi Sposi: illustrazioni e caricature

Inutile dire che il testo de I Promessi Sposi ha sempre acceso la fantasia di pittori e illustratori, per non parlare del personaggio della Monaca di Monza che ha suscitato tutta una letteratura di poco valore ma di molte tirature. La casa editrice di Ulrico Hoepli indisse un concorso nell'anno 1900 per un'edizione di lusso da realizzarsi con tavole in eliotipia. Molti furono i pittori che concorsero, e vinse Gaetano Previati (31/8/1852 - 21/6/1920), il quale aveva avuto tutto il tempo per la ricerca e l'esecuzione, poichè si era già messo nell'impresa di illustrare il testo, assai prima di venir a sapere del concorso Hoepli. Presentò così quasi tutte le illustrazioni, dove la commissione esaminatrice vide "la viva compiacenza dell'artista nel riprodurre il paesaggio manzoniano che egli mostra di conoscere profondamente" e "le segrete armonie, note al solo artista, che governano in ogni tempo, la moda e i movimenti del corpo umano". Nell'anno 1921 la casa editrice ristampò tale versione in una "edizione speciale per il centenario 1821-1921", corredata da 24 tavole.
Non mancarono le caricature, generalmente apparse sui periodici, ma vi fu anche un'intera edizione del romanzo, edito da Quintieri nel 1912 con ristampe nel 1914 e 1919, illustrata dalle vignette caricaturali di Ezio Castellucci; la
cosa fu giudicata irrispettosa e il volume oggi è introvabile, conservato in appena una dozzina di biblioteche.



vignetta di Filiberto Scarpelli

vignetta di Piero Bernardini per Gente Nostra

vignetta di Ezio Castellucci



NOTE:
(1) Corre l'obbligo di spiegare che Alessandro Manzoni non dovrebbe far parte di questo sito. Egli non è né un autore dimenticato, né un autore minore, che sono le categorie di cui ci occupiamo. Anzi, egli è il maggiore autore italiano, e mai sarà dimenticato, anche perché lo si studia obbligatoriamente nelle scuole. Tuttavia, la Casa Editrice Salani ebbe la ventura di inserire I Promessi Sposi nella collana dei Grandi Romanzi Salani, poi Biblioteca delle Signorine: ed è per questo che si trova elencato insieme con altri. Come per altri autori arcinoti, potevamo limitare la biografia al minimo accanto alle immagini - queste, dovute - dei volumi editati da Salani, e tuttavia si è pensato: e perché non anche lui? La Redazione è venuta recentemente in possesso di immagini insolite (e, per quanto ne sappiamo, inedite) che forse potranno interessare i nostri lettori. Dunque, mostreremo queste immagini e al contempo cercheremo di dare qualche notizia biografica a correzione delle tante inesattezze che si trovano sparpagliate nelle pagine della rete e purtroppo anche in qualche enciclopedia.
(2) I documenti furono esposti alla terza mostra "Libri antichi a Milano" nell'ottobre 1996. Per motivi di privacy omettiamo i nomi degli avvocati e librai antiquari che attestarono l'autenticità delle "memorie" del Ratti. Sia chiaro che non contestiamo l'autenticità del manoscritto, solo la veridicità delle informazioni in esso contenute. Per dovere di cronaca diciamo anche che è stata "ritrovata di recente" una lettera indirizzata da qualcuno a Giovanni Verri in occasione delle nozze del Manzoni, nella quale si evincerebbe che il Verri è il padre naturale del Nostro. Non possiamo dire altro poichè tale lettera è irreperibile (ne abbiamo avuto notizia in una delle tante enciclopedie consultate).
Nei suoi vari volumi di memorie Raffaello Barbiera, frequentatore del salotto Maffei, riporta fatti e fatterelli e pure pettegolezzi della società milanese ottocentesca, e definisce Pietro Manzoni "quel pover'uomo" e Giulia Beccaria "quella cara gioja", termini che dicono già molto. Non sappiamo tuttavia se ciò fosse dovuto solamente al fatto che Giulia avesse abbandonato il marito, o se fosse per altri e più gravi motivi.
(3) Nata il 23 dicembre 1808, morta il 20 settembre 1834.
(4) I lettori ricorderanno la famosa trilogia di film dedicata a Sissi con protagonista Romy Schneider. L'episodio milanese, quando i nobili mandano i propri domestici a teatro al posto loro in spregio ai sovrani austriaci, è riportato da Raffaello Barbiera.
(5) Tralasciamo di riportare i commenti a seguito della morte del Manzoni, da tutta Italia osannato. Ricordiamo soltanto che vi furono anche i detrattori, come il Carducci, che osò scrivere nelle Opere, Vol. XII, p. 270: "Bum! bum! bum! Da tutti i torracchioni della retorica nazionale i cannoni sparavano non so quante centinaja di colpi. Bum! bum! bum! ripetevano gli echi della letteratura tufacea, e i barbagianni fecero maestosamente civetta alle ombre delle grandi frasi che passavano. La morte d'un Grande. Già. Il morto era Alessandro Manzoni." Poichè il Grande aveva scritto quella che a noi pare una grande frase di saggezza, "ai posteri l'ardua sentenza", ricordiamo che nel XXI secolo Alessandro Manzoni rimane l'incontrastato padre della letteratura italiana, mentre qualcun altro è stato ridimensionato a pallone gonfiato.

ADDENDA:
Dopo l'elaborazione di questa pagina abbiamo avuto occasione di leggere il libro di Natalia Ginzburg La famiglia Manzoni (Einaudi, 1994). Non riportiamo nulla di questo splendido libro innanzi tutto perchè è ancora in commercio, e (last but not least) perchè consigliamo vivamente di leggerlo. Non solo è assai esaustivo sulle notizie riguardanti casa Manzoni, ma è anche gradevolissimo, e riporta innumerevoli dettagli, nonchè lettere e letterine che tutta la famiglia si scriveva in continuazione. Non perdetevi un'occasione per acculturarvi dilettevolmente.
Tuttavia due cose apprese dalla Ginzburg diremo qui
: la questione della reale paternità di A.M. viene solo sfiorata e nessuna illazione viene detta, solo si fa notare che il ritratto dell'Appiani, quello col bambino in braccio, Giulia lo inviò poi a Giovanni Verri; l'altra rettifica è che Emilia Luti, la fiorentina tanto disprezzata dal Barbiera, era in realtà l'istitutrice della piccola Rina d'Azeglio, con la quale Manzoni si intratteneva volentieri a discorrere perchè "donna di cultura".

Alessandro Manzoni,
I Promessi Sposi
,
Ulrico Hoepli, 1921

frontespizio
Gaetano Previati
La Monaca di Monza
ill. a pag. 129
Gaetano Previati
Il pranzo di Renzo all'osteria
con Tonio e Gervaso
ill. a pag. 145


CREDITS:
Alcune delle immagini marcate copyrighted provengono dalla Raccolta Marino Parenti.

www.letteraturadimenticata.it, settembre 2010

Cesare Beccaria
(1738-1794)


Giulia Beccaria
(1764 - 1841)
nel ritratto eseguito a Parigi da
Maria Cecilia Luisa Cosway


Pietro Verri
(1728-1797)


Giulia Beccaria
con il piccolo Alessandro
in un ritratto attribuito
ad Andrea Appiani


Ritratto di Alessandro Manzoni
eseguito da Gaudenzio Bordiga.
La dedica recita:
"Ritratto del mio amato figlio
Alessandro Manzoni d'anni 17"


La casa del Manzoni
in via Morone n°1,
(da una fotografia
del 1845 circa)

I DIECI FIGLI
DI ALESSANDRO MANZONI
e ENRICHETTA BLONDEL

(a cura di
Alina di Collefiorito
)


Giulia (dicembre 1808 - settembre 1834) sposa nel 1832 Massimo D'Azeglio (una figlia)

Luigia (1811) nata e morta lo stesso giorno

Pietro Luigi (luglio 1813 - marzo 1873) sposa Giovanna Visconti,
ballerina alla Scala (quattro figli)

Cristina (luglio 1815-1842) sposa Cristoforo Baroggi (una figlia)

Sofia (novembre 1817-1845) sposa Lodovico Trotti Bentivoglio (quattro figli)

Enrico (giugno 1819- 1882) sposa la nobile Emilia Redaelli, che morì pazza (nove figli)

Clara (agosto 1821- 1823)

Vittoria (settembre 1822- 1892)
sposa il letterato e patriota Giambattista Giorgini (tre figli)

Filippo (marzo 1826-1868) sposa Emilia Catena che, non considerata degna, non fu mai ricevuta a casa Manzoni (quattro figli)

Matilde (maggio 1830-1856)

L'atto di nascita di Luigia Maria Vittorina (1° giugno 1811)


Il passaporto francese di
"Alessandro Manzoni Beccaria",
utilizzato nel 1808


Il ritratto di Teresa Stampa
(11 novembre 1799 -
23 agosto 1861)
eseguito da Francesco Hayez,
speculare a quello del Manzoni, entrambi conservati alla
Pinacoteca di Brera, Milano


Il ritratto di Alessandro Manzoni eseguito nel 1848
da Stefano Stampa

Francesco Gonin




Due incisioni di Francesco Gonin
per I Promessi Sposi


Alessandro Manzoni,
I Promessi Sposi
frontespizio dell'edizione
1840-42 illustrata da
Francesco Gonin

Pietro Manzoni

Giovanni Verri


Alessandro Manzoni
nel 1805


Alessandro Manzoni,
I Promessi Sposi
,
Salani, 1928

cover
ill. di Luigi Cavalieri