Cesare Cantù nasce a Brivio
in Brianza, sulle sponde dell'Adda, il 5 dicembre 1804 da Celso e
Rachele Gallavresi. La famiglia lombarda è popolana ma ha una
solida tradizione, risalente al 1500. E' il primo di 10 figli. Con
un benefizio può studiare al ginnasio di S. Alessandro a Milano,
dopo entra in seminario. Nominato Soprintendente dell'Archivio di
Stato di Milano, terminati gli studi non si sente incline al sacerdozio
per cui depone la veste talare e a soli 17 anni ottiene la cattedra
di grammatica a Sondrio. Qui risiede fino al 1927. Morto il padre,
onesto setaiolo, Cantù mantiene con il proprio lavoro i fratelli
minori, la madre tiene bottega ma non guadagna molto, giusto il necessario
per sé. Il 2 giugno 1827 diventa insegnante di grammatica al
ginnasio di Como, poi a Milano in quello stesso ginnasio S. Alessandro
(1832-33). Pubblica nel 1828 a Como l'Algiso, novella
medievale sul genere di quelle del Grossi, allora in voga. Nel 1829
pubblica una Storia della città e diocesi di Como
per Le Monnier.
Scrive parecchi testi storici, tra i quali un "Ragionamenti sulla
storia lombarda del secolo XVII per commento ai Promessi Sposi"
(1832) basandosi su preziosi materiali fornitigli dallo stesso Manzoni.
Giornalista, compie studi su Chateaubriand, il quale, laico e libero
da soggezioni gerarchiche, aveva propugnato il cristianesimo come
beneficio dei popoli ("L'organizzazione
cristiana, dando alle masse lo spirito di subordinazione, apporta
la maggiore felicità possibile, quella felicità che
aggioga la volontà non alla violenza, ma all'impero dolce d'una
morale persuasione"); lo
scrittore francese avrà una notevole influenza sul Cantù,
ma anche Joseph de Maistre, Hugo e Byron, da lui definiti "laici
credenti". Nel 1833 scrive un saggio, "L'abate Parini e
la Lombardia", pubblicato su l'Indicatore Lombardo.
Professandosi
"romantico" rischia di avere problemi con la polizia asburgica,
per la quale la parola "romantico" era sinonimo di liberale
e rivoluzionario, tanto che di lui si diceva: "fa un passo verso
la gloria e due passi verso la forca".
Durante i moti del 1831 viene arrestato a scuola mentre fa lezione
e rinchiuso nelle carceri di S. Margherita, dove abbozza la
Margherita Pusterla. Durante il processo, sequestrate le sue
carte, si trova il testamento e l'epitaffio da lui stesso composto:
" Cesare Cantù, scrisse la storia di Como, amò
l'Italia, visse nella speranza del meglio, e, morendo a 26 anni nel
1831, la tramandò agli avvenire". Ma non viene mandato
al patibolo quell'anno, anzi dopo dieci mesi viene scarcerato per
mancanza di prove. Ma l'insegnamento pubblico gli viene interdetto.
E' di questi tempi l'ideazione della grandiosa opera Storia
Universale (primo titolo: "Enciclopedia storica").
Anche Giuseppe Pomba spacciava copie de L'Assedio di Firenze,
per cui viene tradotto nel carcere di Alessandria; uscitone, si reca
a Brivio a parlare con Cantù su suggerimento della signora
Vallardi, con il quale si accorda per la stampa della Storia
Universale, che ha un grande successo. Si tratta di un edificio
gigantesco, pur con gli inevitabili errori dovuti alla compilazione
di un'opera tanto vasta e composita, tanto che il Cantù stesso
continuamente correggeva o rifaceva dei pezzi a ciascuna edizione.
L'imperatore del Brasile Dom Pedro che professava amicizia sia per
il Manzoni sia per il Cantù, diceva che il nome di Cantù
era popolarissimo nell'America dei Sud. Di fatto la sua Storia
Universale fu tradotta in spagnolo e portoghese, ma erano
versioni incontrollate e spesso raffazzonate. A proposito delle piraterie
operata ai suoi danni diceva: "Alla fine aiutano a diffondere
le nostre idee: e non è a questo che noi scrittori tendiamo
soprattutto?". La Storia Universale nella sua forma
definitiva è in 19 volumi (1838).
Cesare Cantù si trovò in disaccordo col Manzoni perché
contrario alle rivoluzioni. Non partecipò mai a società
segrete e affini, preferendo partecipare ai congressi (Marsiglia,
Genova e Venezia tra il 1846 e il 1847). A Marsiglia ottenne una medaglia
per un lavoro di geografia politica, a Genova relazionò sulle
strade ferrate, argomento che gli permise di parlare dell'unità
della penisola. Si narra che Carlo Alberto lo mandasse a chiamare
a colloquio, raccomandandogli di "dire al popolo" che egli
pensava agli italiani continuamente. Quando Carlo Alberto in casa
Greppi venne minacciato di morte dalla folla infuriata, Cantù
prese le sue difese dal balcone del palazzo arringando la folla. Tuttavia
non parteggiava per l'aristocrazia che chiedeva la fusione immediata
col Piemonte, e così fu ritenuto repubblicano. Finito il sogno
Cantù fu esule a Ginevra. Nel gennaio 1848 il famigerato conte
Bolza lo aveva denunciato agli ispettori di polizia per arrestarlo.
Dagli archivi di Stato, ecco come lo si descrive agli sbirri che dovevano
arrestarlo: "uomo di circa 40 anni, di bassa statura, magro,
svelto nei movimenti, indossa frequentemente un paletot color nocciuola".
Rientrato a Milano, si cimenta nelle opere morali e in quelle educative
per fanciulli. Pubblica poi una Storia dei cent'anni
(1750-1850) apparsa nel 1851, e Gli eretici d'Italia (1859)
in 3 voll. Sembra che il Cantù pur desiderando un'Italia unita
e indipendente sotto il suo re e il suo papa, non avrebbe respinta
l'idea di un regno lombardo-veneto autonomo con a capo Massimiliano
d'Asburgo. Quando quest'ultimo venne a Milano con lo scopo di versare
olio lenitivo su tutti, e nel far questo tendeva la mano ad artisti
e letterati, il Cantù fu veduto entrare a palazzo reale per
una porta segreta di via delle Ore, mentre era noto che l'intellighenzia
milanese respingeva Massimiliano come aveva respinto Francesco Giuseppe
(e Manzoni, tra tutti, faceva scuola in questo senso).
Massimiliano gli richiese un progetto per la pubblica istruzione nel
regno del Lombardo-Veneto e si mormorava che gli riservasse un ministero,
se il progetto di un regno indipendente avesse preso forma. Ma Massimiliano
fu richiamato a Vienna in tutta fretta, e Magenta e Solferino rimpiazzarono
i sogni asburgici. Dopo il 1859, alle prime elezioni del Parlamento
italiano, Cesare Cantù viene eletto deputato nel collegio di
Caprino e il 29 giugno 1860 esordisce alla Camera dei Deputati con
un discorso sullo studio della filosofia nei licei. Di nuovo parlamentare
nel 1863, nel 1864 difende (in nome della libertà) la raccolta
che i clericali andavano facendo dell'obolo di San Pietro. Nel 1866
lo stesso, tanto che fu accusato di essere in corrispondenza con i
borbonici, e si inizia persino un procedura. Cantù siede in
Parlamento fino al febbraio 1867. Nel 1871 pubblica presso l'editore
Agnelli di Milano una Storia del popolo e pel popolo,
testo irto di "punture". Era la rielaborazione di un testo
già apaprso nel 1844 con il titolo "Milano e il suo territorio"
ampliato in "Illustrazione del Lombardo-Veneto" (1956),
di nuovo arricchito di dati e ben condito di ironie. Nel 1872 ristampa
il "Portafoglio d'un operajo" dedicandolo ad Alessandro
Rossi, che principiava così: "Se qualche Ministro avesse
voluto far segno di conoscere il mio nome e darmi i galloni di veterano,
gli avrei richiesto di annicchiarmi in qualche archivio o biblioteca..."
e infatti alcuni mesi dopo il governo lo nomina Soprintendente agli
Archivi di Stato di Milano. Qui egli trova i documenti storici necessari
a tracciare la storia che tanto gli interessava. Escono in questo
periodo: Il Conciliatore e i Carbonari, Il Monti
e l'età che fu sua, Alessandro Manzoni.
A Milano, nel suo studio che guardava un giardinetto, o negli uffici
dell'Archivio di Stato, dove fu posto un medaglione col suo ritratto
quand'era ancora in vita (segno di alta onoranza), a Sala, sul lago
di Como, dove aveva acquistato la villa (già Beccaria) dove
passava l'estate, a Rovato nell'altra sua villa ai piedi del monte
Orfano nel Bresciano, dove stava specialmente in autunno, al tempo
della vendemmia, Cesare Cantù lavorava sempre e indefessamente,
sempre circondato di fiori ch'egli amava molto, e che gli ammiratori
gli mandavano di continuo.
Morto nel marzo 1895, è sepolto a Brivio accanto ai nonni.
Testo:
©
www.letteraturadimenticata.it,
dicembre 2011
Fotografie:
©
Archivio Brandolini-Morgagni
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Cesare
Cantù

Cesare Cantù,
Margherita
Pusterla,
Le Monnier, 1843
frontespizio
Scritto in un periodo in cui impazzava il romanzo storico (di autori
come Guerrazzi, Manzoni, Grossi, D'Azeglio), il romanzo ebbe un successo
strepitoso, sfiorando le 80mila copie.

Cesare
Cantù,
Novelle
brianzuole,
Biblioteca Universale Sonzogno
Cesare Cantù scrive anche libri per ragazzi, in un periodo nel
quale la letteratura specifica per fanciulli ancora non era nata. Carlambrogio
da Montevecchia nasce come testo di educazione popolare nel
1836, passato in seguito nelle librerie dei ragazzi. Sempre
nel 1836 partecipa al concorso indetto dalla Società Fiorentina
dell'istruzione elementare, in cui vinse il famoso Giannetto
del Parravicini, con un'opera pubblicata l'anno seguente in tre volumi:
Il buon fanciullo, racconti di un maestro elementare;
Il giovinetto drizzato alla bontà, al sapere eall'industria;
Il galantuomo, libro di educazione popolare
(Milano, Truffi, 1837).
Altri titoli per i fanciulli: Buon senso e buon cuore (Giacomo
Agnelli, 1870), Esempi di bontà (Giacomo
Agnelli, 1887).
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