Giosuè
Borsi fu un bambino prodigio. Già a cinque anni componeva versi
per ogni occasione, improntati per di più a sentimenti edificanti.
Qualche esempio:
Un giorno almeno
Noi tre potremo
Contraccambiare
Il grande amor.
Guadagneremo
Tanti quattrini
Che noi piccini
Or non possiam.
I quinari a cinque sillabe sono destinati ai genitori. Di poco più
grandicello, dedica questi versi in morte di Pellegrino Rossi:
La folla gaia correva via
seco portando le faci e bandiere,
e gridi e fischi sortian dalle schiere
né vi fu alcuno che pianse e pregò.
Da adolescente tredicenne, dopo aver divorato tutti i libri che poteva,
trovò I tre moschettieri di Alexandre Dumas, e la sua
fantasia si sbrigliò, svolgendosi fortunatamente verso giochi
scatenati, assai nornali e sani: insieme con il fratellino Gino novenne
e due amichetti della stessa età loro, Dario e Ugo Sevieri,
la combriccola impersonò per lungo tempo i personaggi del libro
tanto amato: Giosuè Borsi era Aramis, Gino, grande e grosso,
era Porthos, Dario Sevieri era Athos e il vivacissimo Ugo era D'Artagnan.
Conseguenza di questo giuoco, alcuni anni dopo, fu l'improvvisazione
delle avventure di un certo Capitano Spaventa, narrate al fratello
minore, il quale, mandato al Cicognini di Prato all'età di
undici anni, si racconsolò solamente alla promessa del fratello
di mandargli ogni settimana una dispensa con le avventure del Capitano
Spaventa, cosa che Giosuè fece puntualmente, corredando gli
scritti con dei graziosi disegnini. Nel 1909 le dispense furono ricopiate
in un bel volumetto, che il fratello Gino, in seguito alla prematura
scomparsa di Giosuè, fece pervenire a Luigi Bertelli,
il quale ne curò la pubblicazione presso la casa editrice Bemporad
nel 1920. La prima edizione riporta: "Dedico questo libro a mio
fratello Gino, perchè durante la vita di collegio, si ricordi
del suo novellatore, e perché i libro gli tenga il luogo delle
novelle. G.B."